PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA ISCRITTA ALL'ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO
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per i genitori di ragazzi seguiti da uno psicologo


per i genitori di ragazzi seguiti da uno psicologo
       

In delicato equilibrio



Cercherò di rispondere a qualche domanda che concerne il rapporto tra lo psicologo, i ragazzi che egli segue ed i loro genitori. Spesso si creano alcune situazioni molto delicate, ed è importante sempre salvaguardare sia l'interesse della salute del minore, che l'autorevolezza del genitore, il quale comunque ha la responsabilità di quel bambino o ragazzo, se minorenne.
Sicuramente per un professionista ottenere, meritare e conservare la fiducia dei genitori dei giovanissimi che egli segue è senz'altro qualcosa di molto prezioso ed importante. Quindi dal punto di vista morale, oltre che da quello giuridico, lo psicologo deve sempre tener presente che egli gode di una posizione assolutamente privilegiata, ossia quella di essere colui il quale viene talmente stimato e considerato da alcune persone, tanto che queste ultime gli affidano un figlio, cioè, presumibilmente qualcuno al quale costoro vogliono molto bene, e al quale, stanno cercando di dare un aiuto.
Anche dal punto di vista legale, essendo i genitori detentori della potestà e responsabilità genitoriale, essi devono poter decidere e sapere tutto quanto sia utile per prendere le migliori decisioni in favore dei loro figli.
Infine, sotto il profilo economico, i genitori sovente sono coloro i quali pagano il costo delle sedute, e quindi, sono parte attiva del contratto stipulato con il professionista.
D'altro canto, vi sono anche interessi ed accortezze riguardanti la relazione tra il professionista ed il minore, che devono essere tenute presenti proprio per garantire il miglior livello di alleanza terapeutica e di fiducia possibile, al fine di costruire le condizioni più favorevoli per aiutarlo pienamente.
In qualsiasi relazione di cura, e particolarmente nella relazione tra un paziente ed uno psicologo psicoterapeuta, assume una importanza enorme la qualità della relazione che si instaura tra le due persone. Questo aspetto non è una piacevole e casuale conseguenza di un incontro felice, bensì è una vera e propria modalità di lavoro, perché quel professionista, muovendosi nell'ambito psicologico, si trova ad utilizzare elementi come il clima, la motivazione, l'alleanza, e molte altre variabili interpersonali ed emotive, come veri e propri strumenti di lavoro. Talvolta una buona relazione tra le persone, è il prerequisito necessario per poter avviare un lavoro fruttuoso. Quindi, con gli adulti così come con gli adolescenti e con i bambini, gli aspetti concernenti la relazione tra il professionista ed il suo paziente, sono comunque condizioni molto rilevanti. Per questo motivo, il professionista che lavora con dei minori, deve talvolta contemperare il bisogno di rendere conto ai loro genitori del lavoro che sta portando avanti, con la necessità di tutelare la riservatezza della persona, e conseguentemente preservare una qualità relazionale compatibile con il suo lavoro.
Qualche volta mantenere questo equilibrio è piuttosto facile, specialmente se i genitori sono già informati, oppure se hanno avuto precedenti esperienze , dirette o mediate attraverso l'esempio o il racconto di qualche altra persona. Altre volte, invece, è comprensibile che i genitori siano abbastanza dubbiosi su cosa sia meglio fare o non fare, chiedere o meno, intervenire, domandare chiarimenti al terapeuta, se si,in che modo eccetera.
D'altra parte anche il professionista in certi momenti deve poter bilanciare due legittime esigenze, tutte due da prendere in seria considerazione, quella di non essere visto dai genitori come qualcuno che svolge misteriose ed incontrollabili azioni con il loro figlio, e dall'altra,quella di non essere scambiato dal ragazzo come colui il quale, emissario dei genitori, non fa altro che, pagato, agire per loro conto.
In realtà lo psicologo non è né l'una nell'altra cosa, e deve tenere presente sempre, come massimo interesse, il benessere psicofisico del minore ed il suo miglior rapporto possibile con i genitori.



La formulazione del caso e gli obiettivi della terapia



Quando uno psicologo riceve l'incarico dai genitori di un minore di svolgere un'attività professionale, ad esempio una consulenza o un trattamento psicoterapeutico, riceve in fin dei conti una richiesta di aiuto. In questo senso, il prima possibile il professionista dovrebbe poter offrire la sua visione della situazione attraverso quello che un po' asetticamente si chiama "la formulazione del caso".
Si tratta di un importante momento nel quale il professionista chiarisce, dopo aver conosciuto approfonditamente il ragazzo, quale è la sua visione della situazione. Egli lo deve fare con parole che siano comprensibili sia dagli adulti che dai piccoli. Infatti, è molto importante che il minore stesso sia coinvolto direttamente, perché possa avere chiarezza su cosa sta succedendo, quale la visione che il professionista ha di lui, e come egli intende aiutarlo.
Molto spesso i ragazzi scambiano il "disagio" con "l'errore"e quindi, piuttosto che sentirsi persone in difficoltà, qualche volta potrebbero sentirsi cattivi o sbagliati. Talvolta, anche i genitori, potrebbero fare un po' di confusione tra questi due ambiti, ad esempio quando si arrabbiano di fronte a comportamenti o ad atteggiamenti che denotano disagio o sofferenza, come se fossero sbagli da rimproverare.
Nella formulazione del caso, lo psicologo dovrà infatti aver cura di dare l'idea al minore che lui non è cattivo né sbagliato. Lo psicologo non è un giudice che stabilisce chi sono i buoni e chi i cattivi, è una persona che lavora per aiutare alcune altre persone che sono in difficoltà.
Talvolta anche i genitori potrebbero ricavare uutilità da questo chiarimento. È facile infatti incontrare un genitore preoccupato e stanco, che diviene, senza accorgersene, un genitore arrabbiato.
Quando i ragazzi comprendono di non essere messi sotto accusa e che ciò che è successo loro fa parte dei disagi che anche altri ragazzi possono provare, possono iniziare ad essere interessati a saperne qualcosa di più.
Essi trovano spesso questo molto utile, specialmente se il professionista, oltre a comunicare la propria opinione e le proprie proposte operative, chiede al ragazzo stesso cosa egli pensa di tutto ciò, e cosa ha intenzione di fare. Di solito, se i ragazzi si sentono rispettati e compresi nei loro disagi, non rifiutano questa opportunità.
Contemporaneamente, i genitori hanno bisogno e diritto di sapere quale è la visione clinica del professionista, cosa egli ritiene si possa fare e cosa possono fare loro stessi.
Inoltre, è utile condividere gli obiettivi generali della terapia, in modo da poter prevedere un'eventuale momento comune nel quale successivamente ci si potrà incontrare per parlare di quanto essi siano stati raggiunti, ed in che misura.
Indipendentemente dai vari stili e dalle varie metodiche operative che lo psicologo può adottare, ci sarà quindi un momento nel quale avverrà un chiarimento comune su cosa si intende fare e perché.



Né con la forza né con l'inganno



È molto importante chiarire che questo accordo deve essere liberamente condiviso tra le persone. Questo significa che, ad esempio, se il minore non è d'accordo su qualcosa, egli non potrà essere obbligato ad iniziare un percorso terapeutico, oppure ad occuparsi, con lo psicologo di uno specifico problema, oppure a trattare argomenti personali sui quali non vuole riferire.
Ciò, tra l'altro, sarebbe perfettamente inutile perché, mai come in questa disciplina, è fondamentale l'intenzione e l'azione attiva della persona nel prendere in considerazione aspetti di se stessa. Questo non può succedere né con la forza né con l'inganno.
Lo psicologo non può infatti accettare alcun mandato di natura correzionale del tipo "raddrizzi quella testa calda di mio figlio e gli tolga dalla testa quei suoi ideali assurdi". Ciò non è possibile, in primo luogo perché non è compito dello psicologo effettuare questo tipo di interventi , ed in secondo luogo, non è dato sapere neanche se questo sia materialmente possibile.
In precedenza, ho utilizzato appositamente il termine inganno per introdurre un'ulteriore concetto. E' assolutamente vietato dal codice deontologico di uno psicologo, tentare di manipolare o condizionare una persona, o celare la propria identità professionale, spacciandosi per l'amico di famiglia, il collega dei genitori, l'insegnante o altro, per poter perseguire fini che non siano direttamente e lealmente condivisi con la persona stessa.



Piccoli e grandi segreti



I genitori hanno il diritto di conoscere la situazione di salute del minore, la valutazione clinica che il professionista ritiene di fare, e hanno altresì il diritto di condividere gli obiettivi della terapia e sapere in che misura essi vengono perseguiti.
Inoltre hanno il diritto di essere informati dallo psicologo sull'eventuale esistenza di qualsiasi tipo di rischio, comportamento o elemento pericoloso che può intervenire a danno della salute del loro figlio.
Ma essi devono tener presente che comunque il loro figlio ha diritto alla propria riservatezza nell'ambito dei suoi temi e significati personali. Questo comporta, ad esempio, che il ragazzo deve sentirsi libero e deve potersi fidare dello psicologo nel momento in cui desidera confidargli alcuni suoi sentimenti, dubbi o paure. Ciò perché egli deve poter contare sulla vicinanza e sulla stretta collaborazione del professionista e non deve dubitare del fatto che quest'ultimo possa raccontare i suoi piccoli o grandi segreti ai suoi genitori. Ciascuno di noi considera prezioso un mondo personale del quale a volte si preoccupa, altre volte si vergogna, e che custodisce gelosamente.
Tutto questo è ancor più delicato se pensiamo che stiamo parlando di bambini, preadolescenti, o adolescenti, insomma persone in crescita.
A volte la fiducia che il ragazzo nutre verso lo psicologo, è il frutto di un duro lavoro di costruzione di una relazione positiva. Talvolta, ad esempio, il professionista preferisce parlare ai genitori in presenza del ragazzo, proprio per metterlo in condizione di verificare e controllare che egli non svela loro nessuno dei suoi segreti.
Altre volte, quando il professionista svolge un colloquio con i genitori vedendoli separatamente, precedentemente concorda con il ragazzo l'ambito e il tenore della conversazione.
Altre volte invece, quando si deve parlare ai genitori di qualcosa di molto importante, il professionista organizza un incontro comune, proprio per aiutare il ragazzo a poter parlare con i genitori di quel difficile tema, ed aiuta i genitori a comprendere, ponendosi quindi come facilitatore della comunicazione.



Le regole d'oro



Terminerò con alcune indicazioni sintetiche che derivano da quesiti e dubbi che spesso mi sono stati rivolti. In certi esempi ho operato delle forzature e delle esagerazioni, ma solo per aiutare il lettore di questo scritto, ad avere una idea, sia pur sommaria, di quale sia l'atteggiamento migliore da adottare, e quali possono essere i fraintendimenti più comuni in cui si potrebbe cadere.

- Se il genitore ha dei dubbi su come comportarsi in relazione allo psicologo ed alla terapia può chiederlo esplicitamente al professionista, nel momento in cui saranno presi tutti gli accordi pratici del caso. Il professionista deve chiarire sin dall'inizio regole, limiti e condizioni di di ciascuno.

- I genitori hanno il diritto di conoscere la preparazione, la formazione e il livello di aggiornamento dello psicologo cui affidano il loro figlio, i metodi con i quali lavora e la loro attendibilità scientifica. Essi possono ottenere queste informazioni a voce dal professionista o consultando il suo curriculum, che hanno il diritto di avere da lui .

- I genitori hanno il diritto alla riservatezza da parte del professionista, il quale, qualora utilizzi l'esperienza clinica effettuata con il loro figlio per comunicazioni scientifiche, ancorché rivolte ad un pubblico ristretto, è tenuto all'anonimato e a celare o modificare qualsiasi elemento personale che renda riconoscibile anche indirettamente la persona.

-Se il genitore ha dei dubbi o delle preoccupazioni su quello che sta succedendo, sarebbe consigliabile che li espliciti direttamente e chiaramente allo psicologo. Il professionista indicherà quale sia la modalità migliore per parlarne.

- Se il genitore nutre preoccupazioni di qualsiasi tipo rispetto al minore, ha sempre il diritto di parlarne con lo psicologo.



Cose da evitare con il proprio figlio



- Non utilizzare la terapia o la relazione con lo psicologo come un premio o come una punizione, come ad esempio:
"Se riesci a fare tutti i compiti, poi ti porto dallo psicologo."
"Mi hai fatto proprio arrabbiare, non ti sopporto quando ti comporti in questo modo, e adesso dallo psicologo non ti ci mando!"

- Non adottare atteggiamenti che possano minacciare di intaccare la relazione tra il ragazzo e lo psicologo, come ad esempio:
"Chissà cosa gli racconti, adesso gli telefono, e gli dico io come ti sei comportato male!"
"Da quando frequenti quella persona sei peggiorato, adesso gli vado a dire io che cosa deve fare con te!"

- Non banalizzare o ridicolizzare il lavoro terapeutico del ragazzo, come ad esempio:
"Vai a fare quattro chiacchiere, che così ti distrae un poco!"
"Ma lo sapete che Paolo adesso frequenta lo strizzacervelli?

- Non interrompere arbitrariamente o bruscamente la relazione terapeutica.
Se il genitore per qualsiasi motivo esterno alla relazione terapeutica, ritiene che sia necessario interrompere il trattamento, prima di farlo deve mettere in condizioni il professionista di smettere senza una brusca interruzione od uno strappo relazionale. La chiusura di un lavoro anche non concluso, è sempre un'occasione positiva per fare un bilancio sui risultati raggiunti e, comunque, valorizzare lo sforzo profuso. Inoltre, se esistono imprescindibili motivi per interrompere la terapia, essi saranno così tanto seri da poter essere comunicati, condivisi e chiaramente compresi.
Se il genitore può prevedere con un certo anticipo che vi sarà un periodo di sospensione temporanea o di diradamento della frequentazione (ad esempio per un viaggio, un allontanamento, un ricovero o altro motivo), dovrebbe poterlo comunicare al professionista con un certo anticipo. Ciò, sia perché questo cambiamento possa essere compreso dal ragazzo come dipendente da un evento esterno e non come una punizione per qualcosa, sia per consentire al professionista di pianificare il lavoro in modo tale che la sospensione temporanea o il diradamento delle sedute crei i minori problemi possibili.

- Non utilizzare la terapia come una cosa di cui vantarsi.
Sebbene non vi sia assolutamente niente di male nell'aver bisogno di uno psicologo, non è il caso di accomunare questa attività con la frequentazione di attività sportive e ricreative, tra quelle che gli adolescenti ed i bambini frequentano settimanalmente, e delle quali spesso genitori e parenti usano giustamente fare riferimento nelle più comuni conversazioni. Non è quindi il caso, ad esempio, di annoverare la psicoterapia assieme alla danza, alle lezioni di piano, di francese o alla palla a volo, tra le attività delle quali si riferisce chiacchierando, come se si trattasse dell'ultima prodezza ginnica del figlio o del nipotino. Un ragazzino che frequenta lo psicologo non è per questo più bravo, più intelligente o più capace degli altri, è solo una persona che, evidentemente, ha bisogno di ciò.

- Rispettare la riservatezza della relazione.
Essendo la relazione terapeutica collegata o associata comunque a temi personali e possibili disagi, è probabile che il ragazzo desideri scegliere a chi comunicare questo, e desideri farlo con i suoi modi ed i suoi tempi. Non è quindi consigliabile che il genitore forzi questa comunicazione, o che arbitrariamente comunichi ciò ad altre persone senza che il ragazzo sia d'accordo, a meno che non vi siano motivi veramente seri per farlo.

Maria Luisa Gargiulo

  
disturbi del comportamento alimentare
       

I disturbi del comportamento alimentare




Negli ultimi anni si è abbassata l'età media di insorgenza di alcuni disturbi del comportamento alimentare; si sa infatti che alcuni malesseri, che precedentemente facevano la loro comparsa nell'età adolescenziale, adesso si possono riscontrare nella popolazione, specialmente femminile, anche delle bambine e delle preadolescenti. Questo rappresenta al giorno d'oggi un allarme sociale e sanitario, che caratterizza i tempi moderni e le società opulente, ma che si sta diffondendo anche in alcune fasce sociali di certi Paesi emergenti, sebbene in misura molto limitata.



Ma di cosa si tratta?



I disturbi del comportamento alimentare si possono manifestare in forme molto diverse tra loro, con la variabilità tipica di qualsiasi altro comportamento umano . anche il livello di gravità e di disagio soggettivo è molto variabile.
In generale si tratta di atteggiamenti maladattivi in relazione al cibo, in particolare all'atto di nutrirsi . La quantità e la qualità di quello che viene ingerito, in questo tipo di situazioni , è inadeguata oppure inopportuna rispetto alle necessità alimentari, o si svolge con modalità comportamentali e stati d'animo connotati da disagio e sofferenza.
Così come vi è stata una modificazione della prevalenza delle malattie fisiche nel corso della storia dell'uomo, nelle differenti zone geografiche a causa di cambiamenti del clima, della qualità della vita, delle condizioni igienico sanitarie eccetera, allo stesso modo i disagi psicologici sembrano avere delle modificazioni nel corso dei decenni e dei secoli, con il modificarsi del nostro stile di vita e delle condizioni ambientali e sociali.
Il modo con cui le persone esprimono malessere e disagio, sembra dunque essere condizionato da fattori culturali e sociali . Quindi non è strano osservare una trasformazione, in questo caso peggiorativa , anche nella manifestazione di un disturbo psicologico.
Qui descriverò alcuni modi tipici nei quali si possono manifestare questi disagi. Senza dubbio però non ci si deve aspettare che tutte le persone che ne soffrono si comportino allo stesso modo o provino gli stessi stati d'animo. Inoltre molto spesso tutto ciò può manifestarsi in forma molto velata o parziale.
Le più conosciute tipologie di disturbi del comportamento alimentari sono la bulimia e l'anoressia nervose. Nel primo caso la persona spesso si nutre compulsivamente, qualche volta con un risultato di evidente aumento di peso, ed a volte tenta segretamente di compensare queste abbuffate con comportamenti finalizzati all'elinazione del cibo, ad esempio utilizzando diuretici e lassativi, oppure provocandosi il vomito. Le abbuffate sono vissute come situazioni in cui la persona ha la sensazione di non poter controllare e modulare la quantità di cibo che mangia, nutrendosi quasi affannosamente, con l'impressione di farlo per riacquisire in quel modo una sorta di equilibrio precario.
L'anoressia nervosa comporta una preoccupazione ossessiva verso il proprio peso, che viene di solito considerato sovrabbondante, nonostante oggettivamente la persona in realtà sia magra, qualche volta anche al di sotto del livello minimo di sicurezza per la salute..
Il peso, di fatto quindi mantenuto sempre molto basso, viene controllato attraverso condotte di eliminazione forzata simili a quelle usate dalle persone con bulimia, oppure mediante una restrizione severa degli alimenti . alcuni cibi, infatti, vengono parzialmente ammessi dalla persona, mentre altri sono totalmente banditi. A volte la persona si costringe ad estenuanti esercizi ginnici, oppure assume farmaci per alterare il proprio metabolismo sempre al fine di controllare il peso . In questa situazione, la persona ha una percezione della propria immagine corporea come se fosse quella di una persona grassa, pur non essendolo. è turbata dall'osservare le curve o le pieghe del corpo, il volume dei muscoli o il normale pannicolo adiposo e gli altri tessuti, come se si trattasse di grasso in eccesso, quindi da eliminare. Non è raro incontrare persone che misurano frequentemente il proprio peso, oppure usano il metro o lo specchio per controllare il proprio aspetto fisico, tentando di raggiungere i propri obiettivi, spesso attraverso una ferrea disciplina.
Quando la denutrizione provoca scompensi metabolici ed ormonali, nelle donne vi è la scomparsa del ciclo mestruale, che è il segno tangibile di tutta una serie di carenze. In effetti vi possono essere molte altre anomalie biochimiche, tra le quali, ad esempio, un indebolimento del tessuto osseo, danni allo smalto dentale, all'apparato gastrico, scompensi cardiaci.
Queste conseguenze secondarie sono spesso il motivo di disagio che porta le persone anoressiche a preoccuparsi realmente della propria salute. Più frequentemente i familiari, allarmati dalla situazione, si fanno promotori di un consulto medico o psicologico.
Fino a pochi anni fa, questo tipo di disturbo esordiva tipicamente nella adolescenza, ed era al 90% prevalentemente femminile. Oggi si osserva un abbassamento dell'età media delle persone che giungono alla consultazione dei clinici. Ciò sia perché sembrerebbe che realmente questo disturbo sia divenuto più frequente in età prepuberale, sia perché la conoscenza dell'esistenza di questo tipo di disagio, a volte porta le famiglie ad accorgersi più precocemente che qualcosa di preoccupante sta accadendo.
Già in precedenza sono stati individuati alcuni disturbi dell'alimentazione dell'infanzia o della pre adolescenza. ciò frequentemente in forma passeggera, in concomitanza con periodi critici come ad esempio lo svezzamento, l'allontanamento dai genitori a causa dell'ingresso a scuola, oppure in corrispondenza di altri problemi psicologici del bambino e della famiglia. In queste circostanze, la condotta alterata della nutrizione assume una forma transitoria; tutto infatti scompare in corrispondenza con la risoluzione della crisi e comunque del superamento del problema più generale, scatenante il disturbo. Altri problemi che si possono riscontrare nell'infanzia sono la Pica , che comporta l'ingestione abituale di sostanze non alimentari, ed il disturbo di ruminazione, che consiste nel richiamare in bocca cibo precedentemente già ingoiato.



Un disagio che si modifica.



Ultimamente però si osserva un aumento di comportamenti alimentari anomali nei bambini, che hanno una certa somiglianza con i disturbi alimentari degli adolescenti e degli adulti bulimici ed anoressici. Infatti sembrano aumentare le condotte di abboffata,o auto restrizione e rifiuto del cibo. Questo comportamento di alcuni bambini e bambine , può assumere caratteristiche di esclusione sistematica rispetto ad alcune intere categorie nutrizionali, in favore di alcuni pochi cibi ammessi. Una tale condotta va ben al di là della paura degli alimenti nuovi (neofobia ).
Quindi assistiamo ad una pericolosa estensione verso il mondo dei bambini e dei preadolescenti, di disturbi precedentemente tipici di altre fasce di età. È utile riflettere sulle possibili cause di questo recente fenomeno . Esso potrebbe ad esempio essere parte del più generale abbassamento dell'età di inizio di alcune condotte che precedentemente erano tipiche dell'adolescenza, ho per una sorta di identificazione precoce dei bambini, verso modelli estetici ,affettivi ,comportamentali, culturali, sociali e del tempo libero ,tipicamente adulti o comunque adultiformi.
Sembrerebbe che anche l'inizio dell'attività sessuale e dei comportamenti collegati, sia divenuto più precoce rispetto al passato e che molto spesso, vi sia una forzatura verso la sessualizzazione di atteggiamenti e relazioni tra coetanei, che precedentemente non avevano nulla di sessuale . In effetti alcuni modelli culturali oggi prevalenti, includono l'emulazione di adolescenti o adulti da parte di bambini in età prepuberale.
A questa anticipazione delle tappe della crescita sul piano dei comportamenti e degli atteggiamenti sociali, sembra contrapporsi invece una certa tendenza a ritardare lo sviluppo emotivo- affettivo e del'apprendimento di capacità di autoregolazione e auto gestione. In effetti, differentemente rispetto al passato, l'adolescenza non corrisponde all'età nella quale alla persona viene richiesto ad esempio di assumersi alcune piccole o grandi responsabilità. nei modelli educativi attuali a volte viene dedicato poco investimento nella relazione genitore figlio all'educazione emotiva , affettiva ed alla regolazione degli impulsi, attraverso l'insegnamento di comportamenti socialmente adeguati.
Appare quindi un quadro complesso e contraddittorio, in cui la persona subisce sollecitazioni verso modelli adulti, pena la stigmatizzazione da parte del gruppo dei pari , senza però che abbia a disposizione strumenti emotivi adeguati per farlo.
Dal punto di vista degli atteggiamenti culturali verso il cibo, a volte assistiamo poi ad una ansiosa tendenza dei genitori verso una nutrizione ipercalorica, assolutamente non correlata all'effettiva necessità del corpo, di sregolata sotto il profilo dei tempi, dei modi e dei luoghi, spesso più dettata dalle necessità dell'industria alimentare, di approfittare delle debolezze dei bambini , che dalla intenzione di dare loro quanto realmente necessitano.
Per contro, i mezzi di comunicazione di massa favoriscono una idealizzazione del corpo come moda, accettabile e mostrabile solo se magro , percepito quindi più nei suoi aspetti esteriori da emulare,che come luogo di benessere e sensazioni da conoscere, ascoltare e rispettare.
Questa ed altre contraddizioni profonde insite nel nostro stile di vita attuale, sembrano aver determinato un aumento del rischio di bambini e degli adolescenti, rispetto ad alcuni disturbi tra cui, appunto, quelli del comportamento alimentare.
Sembra anche essere un fattore di rischio, la presenza di psicopatologia o comunque di disagi psicologici da parte di uno o dei due genitori o di presenza di traumi (anche solo emotivi), o comportamenti di abuso nella storia familiare.



Stare meglio è possibile



Scegliere di chiedere aiuto a qualcuno, avendo intuito la presenza di un disagio, è sempre un punto di arrivo di un periodo faticoso , fatto di altalenanti riflessioni, illusioni, delusioni, tentennamenti e indecisioni.
La decisione di consultare uno psicologo od un medico è spesso preceduta da tentennamenti e dubbi di sopravalutare l'eventuale problema , oppure ostacolata da sentimenti di vergogna o di colpa. Ma in effetti essendovi dei precisi parametri per poter individuare questi problemi, il rischio di rispondere ad un allarmismo eccessivo non esiste. Anzi, siccome i disturbi che persistono da più tempo sono tendenti alla cronicizzazione, nel dubbio, è più conveniente consultare un esperto col rischio di sentirsi dire che non vi sono cose di cui preoccuparsi, che invece aspettare in silenzio ed in segreto, sperando che tutto passi.
Non tutte le regioni italiane offrono lo stesso ventaglio di servizi di prevenzione, diagnosi e cura: esistono equipe interdisciplinari con una specifica esperienza in alcuni servizi pubblici, e singoli professionisti privati, che collaborano efficacemente tra loro, in forma spesso interdisciplinare.
In Italia sono in atto alcuni tentativi di allestire una rete omogenea di servizi sociali, sanitari ed educativi, che possano adeguatamente fronteggiare questo fenomeno. L'esame dei dati di efficacia, porta a considerare che l'approccio più utile attualmente sia quello di tipo integrato. Nei disturbi del comportamento alimentare infatti, vi deve essere un cocktail personalizzato di supporti e professionisti diversi. È importante infatti disegnare su misura un intervento che può essere costituito dai seguenti elementi: psicoterapia individuale, farmacoterapia e consulenza psichiatrica, consulenza e monitoraggio nutrizionale, sostegno psicologico alle famiglie, ed in alcuni casi anche terapia familiare. Oltre a ciò, al bisogno, può essere utile l'intervento di un endocrinologo, di un internista, di un ginecologo eccetera.
L'approccio deve essere anche flessibile, in corrispondenza con le differenti fasi, per rispondere ad eventuali emergenze sanitarie che derivano dagli squilibri metabolici e ponderali. Di norma sono effettuati trattamenti ambulatoriali, con terapie settimanali, interventi semi residenziali, quando è appropriato un parziale allontanamento dalle abitudini di vita quotidiana e familiare, ed un trattamento in residenze specializzate, quando è necessario agire per poter scongiurare i rischi alla sopravvivenza.
A proposito della consulenza e terapia familiare, è importante sottolineare che molto spesso si riscontrano sensibili giovamenti quando si aiutano i familiari ad avere forme di comunicazione più adeguate, a causa di relazioni e modalità che a volte si osservano essere piuttosto disfunzionali nella famiglia.
La psicoterapia individuale sembra un elemento cardine del trattamento, anche in considerazione del fatto che spesso sono presenti tratti di impulsività, alexitimia, depressione, disturbi di ansia,alterazione della percezione dello schema corporeo, in concomitanza con questi disturbi.
Ad alcuni trattamenti individuali ambulatoriali, e nel corso di quelli residenziali, si possono associare psicoterapia di gruppo, e gruppi di psicoeducazione.
attualmente in Italia è in corso uno studio pilota realizzato dal sistema sanitario di cinque differenti regioni, all'interno delle quali sono state individuate residenze e centri ambulatoriali, per le diverse necessità.
Contemporaneamente stanno sorgendo associazioni di familiari di pazienti, riunite in una consulta nazionale. Il Ministero della Gioventù sta iniziando ad attuare delle politiche di prevenzione, per tentare di intercettare le prime avvisaglie di anomalie dei comportamenti alimentari , anche attraverso l'allestimento di un apposito sportello informativo.


Maria Luisa Gargiulo

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la comunicazione della diagnosi e la relazione genitore/bambino
       

Riflessioni sulla comunicazione della diagnosi  e  la relazione  genitore /figlio

Molti genitori  sentono come un problema importante  quello che  riguarda   l'atteggiamento  da  avere nei riguardi dei loro figli ,  in merito  a cosa e quanto  comunicare,  in caso  il bambino abbia  una  malattia grave oppure  una condizione  che crea particolari   svantaggi e disabilità.
La comunicazione della diagnosi, specialmente se essa riguarda una condizione per la quale non esistono rimedi di guarigione, è sempre un momento molto difficile.
È arduo per un medico giungere alla conclusione di non poter fare niente per sollevare una persona da un  malanno che potrebbe essere causa una grave limitazione.
È difficile per chi soffre, comprendere subito realmente il significato di una diagnosi di una malattia non guaribile.
La frattura che si crea nella vita di una persona quando si imbatte in un evento traumatico di questo genere, come in una malattia, crea un effetto particolare.  Da quel  momento cambia completamente per la persona la percezione della situazione.  È come se nulla fosse come prima. Sicuramente la comunicazione della diagnosi di una malattia grave è un  evento importante da gestire.  Comunicare non significa soltanto dare la notizia, bensì dovrebbe comportare anche aiutare attivamente la persona a comprendere e a disporsi nel modo migliore possibile nell'affrontare la nuova situazione.  Questo non può avvenire in un momento solo, ma è un processo composto da varie fasi, con un andamento differente da persona a persona, che comporta quindi una evoluzione individuale.
Questo si complica quando si ha a che fare con bambini, perché vi sono elementi di complessità che derivano dal fatto che occorre gestire sia la condizione del bambino stesso, sia la reazione alla diagnosi del genitore.
A volte i genitori riflettono nuovamente sulla diagnosi e sulla definizione della condizione del loro bambino, nel momento in cui si pongono il  proposito di comunicarlo al bambino stesso.
È assolutamente legittimo per un genitore decidere quali siano i tempi, i modi e le informazioni che è giusto comunicare.  Nessuno più di lui ha il diritto di scegliere queste cose.   Sicuramente però può essere oggetto di molti dubbi e preoccupazioni per un genitore, pensare come e quando farlo, e a volte potrebbe servirgli chiedere sostegno e consiglio sul da farsi a persone da lui ritenute esperte.
Spesso questa è l'occasione nella quale il genitore deve ripensare alla malattia del figlio ed alle sue conseguenze, perché si pone il problema di proteggere ed aiutare il bambino stesso a comprenderla, ad affrontarla, ad affrontare le altre persone che ne parlano oppure che gli chiedono.
Il genitore si interroga se è possibile dare una  descrizione comprensibile di questa condizione al bambino, e lo farà tanto più facilmente quanto più egli stesso avrà un atteggiamento chiaro e ben definito rispetto alla situazione del figlio.
Di solito i genitori si pongono il problema di come presentare, come chiamare o come commentare la malattia, le cure, le conseguenze pratiche, perché sentono una difficoltà specifica nel farlo, e perché intuiscono che ciò potrebbe essere doloroso.
Sicuramente questa attenzione e questo timore sono il segno che si tratta di un tema delicato, di un momento importante.
A volte esiste qualche novità che utile chiarire, specialmente se vi è un cambiamento  clinico, oppure un qualche evento da gestire, una nuova abitudine da assumere, un ricovero, alcune medicine, oppure nuovi oggetti o ausili che prima non facevano parte della vita del bambino.
I cambiamenti e gli atti che riguardano il bambino e la sua famiglia dovrebbero essere annunciati e presentati, per consentire al bimbo di avere una rappresentazione sana e realistica di quello che sta succedendo, e per metterlo in condizioni di avere  elementi  di spiegazione e previsione di ciò che succederà in futuro.
 Il genitore comunica anche il proprio stato emotivo rispetto alle cose di cui parla o  durante il proprio comportamento, e a volte quindi  anche l'ansia , la rabbia o la disperazione   che  possono essere la sua  comprensibile reazione  alla situazione.
Purtroppo a volte il bambino apprende implicitamente alcuni atteggiamenti, ad esempio impara a temere le visite mediche o alcune persone, a non riconoscere comportamenti che possono derivare dalla malattia, oppure a non collegarli ad essa, come se si trattasse di qualcosa di completamente scollegato.
Sebbene comunicare alcune informazioni  delicate ad un bambino possa essere sicuramente difficile, spesso potrebbe essere utile farlo, perché il dolore che il bimbo può provare è senz'altro minore del disagio prolungato e continuo che potrebbe avere nel vivere qualcosa che non comprende, che lo spaventa comunque (anche perché gli adulti gli sembrano spaventati), qualcosa che sembra far parte di un grande segreto che lo riguarda, ma che non riesce a cogliere.  È senz'altro duro per un bambino comprendere di avere dei limiti, ad esempio capire di non poter fare alcune cose, oppure di poterne fare altre ma con modalità parzialmente differenti da quelle che usano i suoi compagni. 
È  senz'altro utile per lui sapere che queste limitazioni non dipendono da una sua colpa o da una sua personale incapacità, ma che esse derivano da qualcosa che nessuno ha scelto e che non si può togliere.
Le malattie non scelgono le persone, così come le persone non scelgono le malattie, quindi avere una malattia non significa essere stato più cattivo,  meno furbo,  più sbagliato, anzi siccome è più difficile fare le cose malgrado certi  impedimenti, sicuramente quel bambino è molto più bravo degli altri, dato che riesce a fare alcune cose partendo da condizioni molto ardue.
La sua situazione  è molto più difficile da comprendere per il bambino , se egli non ha la  possibilità di conoscere altre persone che hanno condizioni o problematiche simili alle proprie. È come se il bimbo  vivesse  essendo l'unico  speciale,  tra tanta gente  che funziona   in modo  diverso da lui . invece, potersi  confrontare  con  qualcuno che  gli somiglia per  qualche  aspetto, consente  al bambino di  non sentirsi  solo, lo aiuta  nella  lunga strada che lo porterà a   distinguere  la propria   condizione  patologica dai propri meriti o demeriti, dal  rispetto  e dalla stima che   nutrirà  verso se stesso.  .  Quindi conoscere persone  che    positivamente  possono fungere da modelli,   aiuterà  il bambino ad acquisire nella propria identità personale  le caratteristiche derivanti dalla  limitazione  o dagli impedimenti   conseguenti, senza sentirsi  completamente  identificato nella patologia , in quanto  anche   altre persone , diverse e distinte da lui , hanno quella patologia o quelle  caratteristiche, eppure non sono   lui.
Se si tratta di una condizione o di una minorazione che praticamente esiste da sempre, il bambino è più facilitato nell'inserire tale condizione nel quadro di una propria normalità.  In questo caso la  malattia e le sue conseguenze possono far parte di quel genere di cose "ordinarie", ossia facenti parte direttamente dell'identità della persona, perché fanno parte del modo quotidiano di vivere se stessi e di affrontare le cose. 
Molto spesso alcuni bambini imparano a dedurre la loro condizione dai comportamenti degli adulti, oppure dalle parole di spiegazione dette sotto voce, che i gli adulti  accennano in varie situazioni sociali o familiari.  In questo senso, qualche volta, questi bambini, ai quali non si parla delle loro malattie per timore di svelare loro un doloroso segreto, pensano di essere loro stessi depositari di informazioni riservate, che non dicono ai genitori per timore di dare loro un dispiacere, o perché hanno imparato che di quell'argomento, evidentemente è bene non parlare.
Non è quindi raro riscontrare situazioni familiari nelle quali ciascuno dei componenti, adulti e piccini, desidererebbe tanto trovare ascolto, supporto e condivisione, ma non lo fa per timore di ferire l'altro, oppure perché ha appreso in modo pratico, la regola che quell'argomento  è da evitare.
A volte celare la diagnosi o la spiegazione di una condizione patologica non protegge il bambino, bensì lo mette invece in condizione di correre alcuni rischi importanti, come quello di apprendere in modi negativi e dannosi da altre persone una definizione denigratoria della sua condizione o della sua malattia, oppure il rischio di perdere la fiducia nel genitore quando si accorge che egli gli nasconde qualcosa di importante che lo riguarda.
Per il genitore provare fatica e difficoltà nel dover comunicare queste cose non significa che non ne sarà capace, ma è il segnale della consapevolezza di stare per affrontare un tema delicato ed importante. Pensare a come farlo è già un ottimo modo di cominciare.
è importante che il genitore conosca i propri atteggiamenti e sentimenti rispetto ai temi che intende affrontare con il bambino, per evitare di comunicarli in modo inadeguato o involontariamente dannoso.
Se il genitore sente la necessità, egli può parlare con suo figlio in presenza di un'altra persona, in caso questo lo faccia sentire più sicuro.
è importante utilizzare parole semplici ma precise, in relazione all'età , alla personalità, alla maturità emotiva ed alle possibilità di comprensione del bambino .
è importante predisporsi a comunicare in modo chiaro ma senza avere fretta di aggiungere dettagli e particolari, se non prima di aver verificato che il bambino abbia compreso tutto ciò che è stato detto fino a quel momento.
Quando le cose di cui parlare potrebbero risultare complicate o significative, è importante fermarsi spesso, per accogliere le reazioni del bimbo.  Esse possono andare dalla reazione emotiva più forte, fino l'evitamento più totale.  È importante pensare che anche l'atteggiamento del bambino si snoda in un processo dinamico, che attraversa varie fasi e cambiamenti.  Quindi, anche se a volte il bambino ci chiude la porta comunicando la sua indisponibilità a approfondire, è molto importante rispettare questo, e contemporaneamente lasciare sempre al bimbo una possibilità futura di continuare il discorso quando egli si sentirà di farlo.
Ciò è molto importante, perché è frequentissimo riscontrare bambini molto interessati a temi che li riguardano, ma molto in difficoltà nell'affrontarli.  Conseguentemente, questi bimbi tenderanno a voler sapere e capire, ad ascoltare ciò che li riguarda, anche senza che gli adulti se ne accorgano.  Nonostante ciò, essi non sembrano sempre in condizioni di sostenere una conversazione in merito.
Ciò è perfettamente naturale e non deve spaventare il genitore.  Si tratta semplicemente del segnale che il bambino è interessato, ma allontanandosi, egli ci comunica di aver bisogno di tempo per elaborare emotivamente le informazioni che ha ottenuto su se stesso.  È importante che egli sappia che può contare sugli adulti, quando vorrà riavvicinarsi per poter continuare a capire.
In ogni caso, per quanto possibile, è sempre utile indicare al bambino una possibilità di affrontare le situazioni che gli si prospettano.  Si dovrebbe poter indicare al bambino una maniera per gestire le cose.  Anche quando non è possibile trovare una soluzione pratica agli eventi, è importante, dopo avere ascoltato e compreso i sentimenti del bambino, prospettare una soluzione emotiva.
A volte compiere assieme delle azioni che per l'adulto potrebbero essere considerate puramente simboliche, potrebbe essere molto utile per il bambino, ad esempio conversare di un argomento delicato in compagnia di una bambola o di un orsacchiotto preferito dal bambino , chiudere una paura in una scatolina perché non torni a spaventarci nella notte, disegnare o giocare con dei burattini drammatizzando come si vorrebbe che andassero le cose, inventare assieme una canzone consolatoria da cantare nei momenti difficili, e mille altre azioni delicate e caldamente comprensive che rispecchiano le esigenze di quello specifico bambino.

                                                                         Maria Luisa Gargiulo

  
nuovo libro crescere toccando
       

Novità editoriale



Dal 22 settembre è disponibile in libreria il nuovo testo della Dottoressa Maria Luisa Gargiulo e del Dottor Valter Dadone, Crescere Toccando.

Il testo può essere utile per genitori, educatori, psicologi, psicomotricisti, logopedisti, tiflologi, musicoterapisti ed in generale per tutti coloro che svolgono attività di tipo educativo o riabilitativo in questo settore.
L'opera scaturisce da un lavoro di ricerca metodologica sul campo centrata sulla musicoterapia e sulla riabilitazione. Il testo propone spunti di riflessione e una lettura operativa sui seguenti temi:

* l'interazione attraverso il gioco;
* la relazione genitore/bambino e la disabilità grave;
* la relazione terapeutica ed educativa in assenza del contatto visivo;
* i facilitatori ambientali e relazionali per favorire l'apertura alla conoscenza dell'ambiente ed alla relazione;
* la comunicazione non verbale.

Attualmente sono in svolgimento e preparazione diverse presentazione pubbliche del volume, dibattito ed approfondimento sulle tematiche trattate.

A Roma il 14 novembre:




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A Bologna il 21 novembre:


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CRESCERE TOCCANDO

Breve descrizione



Il testo si compone di tre parti: la prima mira a dare informazioni sullo sviluppo dei bambini non vedenti, ipovedenti e pluriminorati, nelle diverse condizioni cliniche e dal punto di vista comportamentale, affettivo, cognitivo e relazionale. Inoltre viene riservato uno spazio importante alla relazione genitore/bambino, specialmente per ciò che riguarda gli aspetti dell'interazione precoce e delle implicazioni rispetto alle dinamiche ed alla vita emotiva di entrambi, anche in merito alle modificazioni dei pattern comunicativi in assenza del contatto oculare e dei segnali sociali mimici.
Una particolare attenzione viene riservata ad esaminare i vissuti e il significato dell'esperienza della Terapia Intensiva Neonatale (TIN), alla quale numerosi bambini prematuri devono essere sottoposti.
Nel testo sono presenti alcune indicazioni pratiche per l'organizzazione degli ambienti domestici, scolastici e di vita quotidiana, sia dal punto di vista percettivo-tattile che da quello visivo, in quanto la massima parte dei bambini con problemi di vista conserva un residuo visivo, al quale si mira nel far corrispondere una capacità percettiva utile per la localizzazione spaziale e per l'individuazione sia pur grossolana delle persone circostanti.
Vengono indicati "facilitatori ambientali" per orientare il genitore, il riabilitatore e l'educatore nella strutturazione di un ambiente adeguato alle necessità del bimbo, anche al fine di stimolare in lui l'interesse per il mondo degli oggetti e per l'interazione con la realtà.
Il testo contiene inoltre alcune schede di approfondimento su temi di frequente interesse come, ad esempio, accorgimenti comportamentali e tecniche per l'accompagnamento, informazioni statistiche, una monografia riguardante la facilitazione dei comportamenti esplorativi, la gestione della paura ed altro ancora.
Nella seconda parte vengono illustrati alcuni concetti fondamentali riguardo il rapporto tra l'individuo ed i suoni, al fine di comprendere quale sia il miglior approccio per l'utilizzo del gioco sonoro e della musicoterapia. Quest'ultima è un'attività educativa abbastanza diffusa in Italia, che negli ultimi vent'anni si è dimostrata efficace, a volte anche nel contesto di interventi riabilitativi multidisciplinari.
L'anamnesi delle prime esperienze sonore costituisce un importante momento di conoscenza, oltre che uno strumento utile per poter comprendere alcune reazioni apparentemente inspiegabili del bambino cieco o ipovedente, che in realtà possono essere significativamente collegate con le sue prime esperienze percettive.
La mancanza o difficoltà ad instaurare il contatto oculare determina un ritardo significativo nello strutturare momenti di condivisione dell'attenzione della coppia adulto/bambino verso un oggetto condiviso e quindi una difficoltà a stimolare nel bimbo la necessaria motivazione a comunicare intenzionalmente. Inoltre esistono condizioni operative specifiche per la facilitazione dell'idea di oggetto permanente (in situazione extravisiva), tappa importantissima nello sviluppo di qualsiasi bambino.
Nella terza parte del testo sono indicati ed esemplificati "facilitatori relazionali" cioè i comportamenti più utili per agevolare la condizione di "attenzione condivisa" tra l'adulto ed il bambino, anche per evitare o contrastare atteggiamenti di chiusura esplorativa e interpersonale. Tali argomenti sono chiariti ulteriormente da vari esempi nei quali sono descritti comportamenti di bambini che gli autori hanno incontrato nel corso delle loro attività professionali, nei numerosi anni di esperienza.
L'attualità di questo approccio è stata ultimamente confermata dalle recenti scoperte riguardanti i neuroni specchio e il funzionamento delle capacità di comprensione delle intenzionalità, capacità che si è accertato essere presenti anche da parte di persone con deficit visivo dalla nascita, a patto che siano disponibili al bambino le informazioni non visive sufficienti a farsi un'idea coerente della realtà.
Nell'ultimo capitolo sono descritte le interazioni tra il bambino e l'adulto in un setting riabilitativo, durante le attività con oggetti sonori.

CRESCERE TOCCANDO aderisce a "Piovono libri", la manifestazione a carattere nazionale per l'incentivazione della lettura, del Cepell Centro Per la Lettura, in collaborazione con la Conferenza delle Regioni e delle Provincie d'Italia e l'Associazione Nazionale Comuni Italiani.

  
vaginismo, quando il desiderio è frustrato dal dolore
       

L'universo femminile delle reazioni, delle emozioni e delle problematiche legate al mondo sessuale a volte è costellato da problematiche delle quali qualche volta ci si vergogna, oppure che risulta imbarazzante affrontare. Questi problemi sono molto più diffusi di quanto ci si potrebbe aspettare, ma se li si approccia con rispetto e da vicino, essi appaiono il più delle volte tutt'altro che incomprensibili ed irrisolvibili.
Il vaginismo è un problema della sessualità femminile che rende difficile la penetrazione vaginale cioè l'introduzione del pene nella vagina durante un rapporto sessuale desiderato.
Nel vaginismo i tentativi di penetrazione sono quasi sempre accompagnati da un'intensa sensazione di dolore derivante da una involontaria contrazione della muscolatura, che può avvenire anche solo in risposta ad un accennato approccio genitale.
Il disturbo può insorgere dopo un periodo di normale vita sessuale (vaginismo secondario), oppure può essere l'unica modalità che la donna conosce di vivere questa parte di sè. Il disturbo può inizialmente essere anche selettivo , manifestandosi solo in alcuni contesti o con alcune persone. È possibile però che in seguito la paura e l'allarme generati da queste esperienze negative, possano indurre la donna a temere di non essere capace di affrontare la sessualità penetrativa in generale, e successivamente anche tutte le altre forme di relazioni sessuali, in un circolo vizioso di evitamenti sempre più ampi.
Quando il disturbo diviene ben strutturato, può accadere che la persona abbia un'insieme di atteggiamenti altalenanti, tra il desiderio di vivere la propria sessualità e provare piacere, e la incoercibile reazione di difesa ed evitamento di un'esperienza realmente dolorosa.
Dal punto di vista interpersonale, la vita di coppia viene condizionata da questo disturbo, il quale può rimanere mascherato per anni, dando luogo silenziosamente a reazioni di difesa e paura di effettuare la penetrazione da parte del partner, o ad impotenza secondaria, percepita inizialmente come il problema della coppia.
Il dolore, e la paura di provarlo, spesso rendono problematico per la donna anche affrontare alcune abituali operazioni che comporterebbero l'introduzione di elementi anche piccoli , come un dito o unassorbente interno . Vi possono essere anche problemi nell'affrontare serenamente le visite ginecologiche, per il timore dell'introduzione dello speculum ed altri strumenti .
Quindi Il disturbo, oltre alle limitazioni che produce nella vita sessuale, impedendo alcune manovre della visita medica , può ostacolare la prevenzione e la cura di numerose patologie dell'apparato genitale.
In realtà le forme in cui questo disagio si manifesta possono essere molteplici. Qualche volta vi può essere anche una difficoltà ad avere " confidenza " con il proprio corpo anche dal punto di vista conoscitivo ed esplorativo, e ciò a causa di alcuni timori aventi a che fare con l'interno del proprio addome e la sua possibile vulnerabilità, o a causa di convinzioni inesatte sulla forma interna della vagina e sulla risposta alle sollecitazioni dilatative dei tessuti di cui è composta.
Nei casi in cui la penetrazione è possibile, si parla di dispareunia o coito doloroso.
Le cause della dispareunia spesso possono essere organiche: per esempio, infezioni della vulva o della vagina, esiti dolorosi di episotomia o di imene fibroso.
Le cause psicologiche e comportamentali possono anche essere collegate a un uso inesperto o frettoloso di una vagina non lubrificata, e quindi riconducibili ad un comportamento sessuale che non tiene presenti i normali segnali dell'apparato genitale femminile, nelle fasi precedenti alla penetrazione.
Per quanto concerne il vaginismo, esso Non è quasi mai legato a cause organiche, se non nei rari casi di malformazioni congenite o di gravi displasie della vulva e della vagina. Quindi, pur essendo parecchio invalidante, può essere considerato una risposta indesiderata dell'organismo a cause di tipo psicologico.
Il sintomo fisico è costituito da un riflesso neuromuscolare che produce la contrazione involontaria dei fasci pubococcigei del muscolo elevatore dell'ano. Queste fibre muscolari sono disposte intorno al terzo esterno della vagina, e, quando si contraggono, ne riducono il lume fino a renderla impenetrabile.
A ciò si associano abitualmente un'ipertonia muscolare diffusa e una marcata attività dei muscoli addominali e degli adduttori delle cosce.
Il dolore, che viene spesso descritto come un crampo, è causato dallo spasmo della muscolatura perivaginale e da eventuali microtraumi provocati alla mucosa dal pene mentre spinge. L'esperienza ripetuta di questo dolore, associata al senso di inadeguatezza della propria vita sessuale, diventa rapidamente un motivo sufficiente per affrontare con tensione e spavento il tentativo successivo, o per evitarlo.
Il trattamento del Vaginismo è molto delicato e complesso , e va affrontato molto spesso su un duplice versante di lavoro. Da una parte si cerca di aiutare la donna a prendere confidenza e possesso delle proprie reazioni fisiche , dando loro il giusto significato e utilizzandole per apprendere un modo corretto di approcciare comportamentalmente il problema. Dall'altra, si lavora per conoscere la funzione del disturbo nell'organizzazione generale dei significati, degli equilibri e della personalità della paziente, conoscendo insieme a lei gli intimi sentimenti ed atteggiamenti connessi al problema, che possono rivelarsi come
-la paura di perdere il controllo sulla situazione e sul proprio corpo
-la paura che il coito, se iniziato, debba necessariamente essere portato a termine
-la paura di non saper attendere al proprio dovere di moglie
- la paura di non essere una donna sessualmente normale
-la paura di non poter sopportare un tale livello di intimità e di intrusività del partner.
Molto spesso i sintomi somatici non sono accompagnati da alcuna connotazione emotiva dell'esperienza. Quindi la donna non avverte alcuna emozione spiacevole prima del disturbo, ma semplicemente assiste ad una reazione fisica che vive come completamente distante dalla propria volontà e dalle proprie emozioni , avendo l'impressione che essa venga generata da meccanismi dai quali si sente completamente estranea e distante.
Ciò è assolutamente consueto e normale e testimonia la difficoltà a vedere in modo unitario e collegato le reazioni fisiche e la vita emotiva .
Una relazione di fiducia con il proprio terapeuta, può essere già il risultato di un lavoro delicato ed importante, per approcciare efficacemente la situazione.

Maria Luisa Gargiulo

  
Shopping compulsivo
       

Lo shopping compulsivo  è un comportamento problematico che negli ultimi anni sta divenendo sempre più evidente. Fa parte delle cosiddette "Nuove Dipendenze" , ossia di quella gamma di  disturbi che si manifestano con comportamenti problematici nuovi, o comunque collegati alla modificazione del nostro costume e stile di vita.
Lo shopping compulsivo comporta una tendenza ad effettuare acquisti che non hanno una funzione necessaria, o che non sono congruenti con  le possibilità economiche e  gli obiettivi generali di vita  realisticamente perseguibili dalla persona.
Talvolta ci si trova ad acquistare, quasi per abitudine, come se non si potesse fare a meno di trascorrere   del tempo nel comprare comunque. In altri casi, invece, la persona si sorprende a pensare ripetutamente ad un certo oggetto,  idea che diviene il tema di un pensiero intrusivo di acquisto. In questi casi l'ansia aumenta, e la persona ritiene di poter  alleviare questo stato   di tensione crescente, soltanto   acquistando quell'oggetto. Immediatamente dopo,  la persona sperimenta un senso di euforia e di benessere . Questo  stato cessa ben presto , quando la persona si sente assalita da sensi di colpa, nel momento in cui valuta inutile, eccessivo o addirittura dannoso aver effettuato quell'acquisto, ritrovandosi  a sperimentare un senso di fallimento, vuoto, delusione.
Talvolta la valutazione di problematicità di questo comportamento avviene solo dopo che la persona ha subito danni  economici, oppure ha messo a repentaglio le economie dei propri familiari, a causa della necessità crescente di danaro, necessario quando il livello di compulsività è molto alto. In questi casi, la persona inizia a considerare  seriamente il problema, quando ha dovuto sperimentare pesanti conseguenze, o quando finalmente, è stata fermata dall'intervento altrui.
È molto preoccupante verificare che, invece, quando questo comportamento non giunge a livelli tali da causare seri problemi finanziari, esso viene spesso sottovalutato dalla persona stessa, che si ritiene come " viziata" , o che viene giudicata come " spendacciona,  , dalle mani bucate " , eccetera.
In realtà si tratta di un comportamento che segnala la presenza di una sofferenza interiore, di un problema clinico, e di bisogno di aiuto.
Difficilmente questo comportamento si presenta da solo, come disturbo puro, infatti esso può essere inquadrato all'interno di disturbi aventi varie caratteristiche.
 A  Volte lo shopping compulsivo rappresenta un sintomo di un meno evidente quadro patologico della personalità,  la punta di un   iceberg  che non è mai utile sottovalutare.
Sotto il profilo fenomenologico, il comportamento di acquisto rappresenta un atto compulsivo, ossia un comportamento rituale teso a neutralizzare  pensieri o stati mentali pesantemente disturbanti, cui la persona non riesce a far fronte al di fuori del rituale ossessivo. È molto frequente, come in altre varianti del disturbo ossessivo-compulsivo, che la persona non sia pienamente consapevole dei pensieri o stati mentali che precedono i comportamenti neutralizzanti (compulsioni ), o che nel porre in atto questi ultimi,  poi  non   sia del tutto  in grado di ricostruire a posteriori l'accaduto.
In altri casi, invece, l'atto di comprare rappresenta una soluzione (sebbene disfunzionale) a stati depressivi,  e non si esplica con le forme comportamentali  tipiche di un comportamento compulsivo.
A causa dell'eterogeneità delle forme di manifestazione di questo comportamento problematico, e del fatto che esso in genere è parte di quadri più ampi, e spesso di un disagio che viene da molto lontano, non è possibile, in astratto,  descrivere iter terapeutico, tempi e modi.  ciò, infatti,  deve essere valutato da persona a persona, nell'ambito dell'individuazione di un percorso terapeutico efficace.

                                                     Maria Luisa Gargiulo

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l'attaccamento
       

A seguito di alcune richieste pervenutemi, inserisco qui  alcune notizie sulla teoria dell'attacamento.

Il sistema dell'attaccamento fa parte dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI), che comprendono anche il sistema dell'accudimento, del rango (o competitivo), quello cooperativo paritetico e quello sessuale. Gli SMI possono essere considerati come principi organizzatori a base innata, che regolano il comportamento sociale. Ciascuno di essi è osservabile attraverso precisi comportamenti che sono attuati per il raggiungimento di una meta. Ciascun sistema si attiva in presenza di condizioni specifiche ed è caratterizzato da segnali non verbali, con i quali gli individui comunicano le loro intenzioni ai membri della stessa specie. Ciascuno SMI è contraddistinto dalla comparsa di specifiche emozioni.
In particolare, il sistema dell'attaccamento regola il comportamento di ricerca di protezione. Si attiva nelle situazioni di fatica, dolore fisico o emozionale, solitudine, minaccia, paura, disagi corporei. Il suo principale segnale di attivazione è il pianto. La meta consiste nel cercare la vicinanza protettiva di un conspecifico, attraverso l'attivazione del suo complementare sistema di accudimento.
Dal punto di vista emozionale, l'attivazione del sistema di attaccamento è contraddistinta dalla paura da separazione, da rabbia e protesta. All'ottenimento della vicinanza protettiva, le emozioni conseguenti sono conforto, gioia e, successivamente, sicurezza. A questo punto il sistema dell'attaccamento si disattiva, per lasciare spazio generalmente a comportamenti di esplorazione o gioco sociale. Se la meta non viene raggiunta, le conseguenti emozioni sono tristezza, rabbia, disperazione ed infine distacco emozionale. Si intende per relazione di attaccamento quella con una Figura di Attaccamento (spesso abbreviata in FdA), persona dalla quale ci si aspetta cura e vicinanza protettiva. Generalmente si tratta quindi dell'individuo ritenuto dal bambino più determinante per la sua sopravvivenza e la sua difesa. Il modo con il quale la FdA risponde ricorsivamente alle richieste del bambino di cura e vicinanza protettiva, determina una aspettativa rispetto al suo comportamento futuro, alla risolvibilità nella situazione problematica, alla consolabilità del dolore o della paura che il bambino prova.
La ricerca scientifica sull'attaccamento è partita dallo studio del legame precoce genitore-bambino, e fornisce una cornice di riferimento per comprendere il modo in cui una qualità adeguata della funzione genitoriale, associata a condizioni di sicurezza emotiva nel contesto sociale del bambino, ne favorisce lo sviluppo.
John Bowlby, dal 1942, inaugurò una nuova stagione dello studio psicoanalitico del bambino e della famiglia. L'Autore fu tra i primi a utilizzare la teoria generale dei sistemi in alternativa alla teoria metapsicologica. Il contributo di Bowlby verrà ripreso e utilizzato successivamente anche da psicoterapeuti della famiglia e da terapeuti cognitivi. In seguito si sono sviluppati ampi settori di connessione con le teorie etologiche, in quanto il comportamento di attaccamento viene studiato anche da un versante evoluzionistico.
Determinanti per la ricerca sono stati gli apporti di Mary Ainsworth, che negli anni 60 ha iniziato a osservare il comportamento di bambini con le loro madri, attraverso l'utilizzo sempre più raffinato di uno strumento di osservazione chiamato "Strange situation"1. Le ricerche di Mary Main hanno indagato l'attaccamento nell'adulto, attraverso L'Adult Attachment Interview2. I raffronti tra i dati riguardanti i bambini e quelli degli adulti hanno comprovato l'esistenza di correlazioni significative tra gli stili di attaccamento del bambino ed i rispettivi atteggiamenti e rappresentazioni dell'attacamento dell'adulto.
Vengono attualmente classificati 4 diversi modelli o stili di attaccamento del bambino, in relazione ad altrettante reazioni ricorrenti del genitore alla richiesta di cura. Inizialmente si osservarono tre stili organizzati di attaccamento, denominati Sicuro, Insicuro Evitante e Insicuro Resistente. Successivamente ne è stato individuato un ulteriore, detto Disorientato/Disorganizzato, che sembra prodursi in concomitanza con reazioni del genitore caratterizzate da spavento, angoscia, dissociazione, o dall'innescarsi in lui di reazioni emotive derivanti da altri sistemi motivazionali oltre a quello dell'accudimento (di attaccamento, agonistico, sessuale, ecc.). Tali modelli precoci, sebbene possano essere modificabili da eventi significativi successivi, sembrano relativamente stabili. Inoltre esistono specifici studi sugli stili di attaccamento relativi alla madre ed al padre, ed alle influenze degli stili di attaccamento del partner nell'ambito di una coppia. Attualmente la ricerca sull'attaccamento si è estesa allo studio della psicopatologia, grazie ai significativi contributi di Peter Fonagy, Giovanni Liotti, Marsha Linehan ed altri. L'interesse si è focalizzato sulla correlazione tra particolari stili di attaccamento e stati mentali, che caratterizzano alcuni disturbi. In particolare sono note specifiche strategie di controllo3, derivanti da quelle che il bambino mette in atto per gestire e dare significato alla propria esperienza nei confronti di un genitore spaventato e quindi destabilizzante.
Inoltre, è noto come alcuni stati di coscienza alterati caratteristici della dissociazione nelle sue varie forme, sono correlabili con il disorientamento e la perdita delle capacità riflessive, tipici della disorganizzazione dell'attaccamento. La ricerca scientifica sembra quindi sempre più confermare che l'attaccamento disorganizzato è altamente correlato all'insorgenza di problemi psicologici.

                                                                   Maria Luisa Gargiulo  

  
quando la vita cambia
       

Quando la vita cambia

A volte  la vita  sembra    riservarci  cambiamenti   di un genrere  diferente da quello  che potremmo immaginare o desiderare  e con ritmi del tutto inattesi. Ciò,  sia nel caso in cui   accadano eventi  inaspettati  ai quali  dobbiamo  rapidamente  reagire, che quando  invece  il ritmo  di cambiamento delle cose che ci circondano  ci sembra + lento  o più rapido di quanto noi desideriamo che accada .
La percezione   soggettiva che ne potrebbe scaturire è   quella di trovarci  in un momento di  disallineamento ,   di  mancata sincronia, tra la nostra intenzione  e il resto del mondo.
Così potrebbe accadere, ad esempio, che  in  un certo periodo  della vita , le cose ci sembrino avvenire  troppo rapidamente  rispetto  a quanto  ci sentiamo  in grado  di  sostenere , .
In quei  casi , La nostra capacità  di reagire  alle cose ,    appare  rallentata  rispetto a  quello  che  accade  attorno a noi . .
Ciò può verificarsi, ad esempio, in  concomitanza con cambiamenti  dello  stile di vita (mansioni lavorative, abitazione, città) oppure in concomitanza con un cambiamento  relazionale, con tutte le conseguenze che esso comporta (separazione,  nuova convivenza, distacco  da parte di un componente della famiglia), o infine in concomitanza con una modificazione  delle capacità o delle necessità  personali, come quella che  deriva da una malattia, da un periodo  di inattività forzata , o di  una modificazione  permanente   del nostro  stato di salute o di quello di  un familiare, tale per cui,  occorre  attuare  alcuni  importanti   cambiamenti  nell'approccio  alle situazioni.
Questi eventi  stressanti  possono essere meglio   affrontati  se la persona è in grado  di ristrutturare e modificare  il significato  ed il valore  delle proprie azioni  e,  più in generale, di  riorganizzare il proprio sistema di riferimento  in modo adattivo.
Questo lavoro  personale  è molto spesso  un processo  faticoso,  quasi sempre più lento  rispetto   agli avvenimenti  pratici. Di qui  nasce la sensazione soggettiva di disagio  ed inadeguatezza nell'affrontare la situazione,  quasi  un senso di  affanno,  a causa del disallineamento  tra i cambiamenti  esterni e le conseguenti nostre reazioni.
A vòlte, invece, alcune persone  sperimentano  la sensazione  opposta , ossia  che  ciò che  accade attorno cambia troppo lentamente  rispetto a quanto  desiderato, come  se  non riuscissero  a  determinare  concretamente i cambiamenti che  stanno  cercando di ottenere, o come se intervenisse qualche altra cosa a  rallentare il  processo  .
In entrambi i casi , si sperimenta un senso  di ansia  profonda e di  scollamento  tra sè e le situazioni  contestuali , come se vi fosse una  separazione che impedisce un collegamento  intimo e diretto  tra noi e la nostra vita  reale.
Quando  la vita cambia  attorno   a noi, senza che ci sentiamo veramente pronti ad affrontare alcune  novità, allora,  malgrado  l'intenzione  di  far fronte a tutti questi cambiamenti, potremmo sperimentare un senso di frustrazione per l'inutile sforzo profuso, che non ci sembra ripagato dai risultati attesi.
Si  ha come la sensazione di uno strano sdoppiamento tra noi e la nostra vita, e ci ritroviamo a pensare oppure   a pronunciare frasi come "la vita sta cambiando", "la vita mi sta chiedendo....", , quasi come se noi e la nostra vita non fossimo realmente la stessa cosa. In questi casi sarebbe utile riuscire a capire se questa sensazione di doversi adeguare agli eventi, o peggio subirli, corrisponda alla situazione reale, oppure se noi possiamo avere anche un ruolo attivo nel contribuire a determinare, a controllare o comunque a gestire in modo personale quello che sta succedendo. 
A volte il modo in cui noi percepiamo il nostro ruolo nelle diverse situazioni e quello che riteniamo  circa le nostre possibilità, può  contribuire a creare  alcuni stati d'animo che diventano  il sottofondo emotivo delle nostre azioni.  Un senso di autoefficacia  più o meno  alta è in grado di condizionare  una parte dei  nostri atteggiamenti  e comportamenti, può fare la differenza nel farci sentire con tanti gradi di sfumature, dalla più frustrante impressione di essere vittima passiva delle cose, fino alla irrealistica  sensazione di totale controllo di tutto.
Accade poi che, se la percezione soggettiva non corrisponde agli effetti  pratici delle nostre azioni , ,  ci troviamo a non saper più cosa fare.
Gli psicologi chiamano"stile di coping" il modo nel quale la persona tende a reagire agli eventi stressanti, o comunque a tutte quelle situazioni che la vita ci prospetta, alle quali reagiamo  con le nostre personali  implicite strategie. Di solito ciascuno di noi ha una certa tendenza ad elaborare in modo caratteristico le nuove situazioni, e comunque tende a reagire privilegiando alcuni schemi di  lettura ed azione  rispetto ad altri.
Questo deriva dall'interazione tra quello che abbiamo imparato nella vita e quello che noi crediamo di noi stessi e da come valutiamola situazione. Probabilmente ciascuno di noi ha selezionato alcuni stili  personali di approccio ai problemi, che si basano su presupposti che sono stati confermati nella nostra vita passata,  quando  abbiamo avuto modo di provare ad applicarli.
Ad esempio, ciascuno di noi   sa  più o meno  come reagisce rispetto ad un lutto oppure ad una cattiva notizia. In qualche modo abbiamo acquisito una esperienza sufficiente per poter sapere quanto tempo ci occorre per riuscire ad accettare una novità non piacevole, e sappiamo se questo genere di situazione  è tra quelle più difficili da sostenere o se c'è qualcos'altro che per noi è più complicato  da affrontare. Alcune persone, ad esempio, sono più  portate ad elaborare le situazioni in termini di pregressa  responsabilità personale, ossia, qualsiasi cosa capiti, tendono a considerare quanto avrebbero potuto fare, dove forse hanno sbagliato, dando una grande importanza a quello che dipende da loro. Altre, invece, sono più propense a proiettarsi verso il pensare a tutte le soluzioni alternative per evitare di far succedere qualcosa che non desiderano, altre ancora sono più propense  ad adattarsi  immediatamente ad ogni costo  rispetto a ciò che è accaduto; altre ancora rintracciano  nel ruolo di qualcun altro, ed in quello che costui dovrebbe fare, la chiave della apparente soluzione  del problema. Insomma, ci specializziamo secondo il nostro carattere è secondo quello che abbiamo appreso dalla vita. Il più delle volte i nostri schemi di risoluzione dei problemi sono strumenti efficaci, tanto che li usiamo spesso  anche senza esserne consapevoli.
Qualche volta, però, i nostri schemi non sono esattamente adeguati al tipo di esperienza o di novità che la vita ci prospetta, oppure sono cambiate alcune condizioni personali. Questo potrebbe  determinare  il fatto che non riusciamo a risolvere le situazioni, oppure che ci sembra che non riusciamo neppure a gestirle, e ce  ne sentiamo soggettivamente  sommersi.
Certamente, l'evoluzione della nostra capacità di fronteggiare gli eventi stressanti è un elemento che va di pari passo con le modificazioni evolutive nell'arco della nostra vita. Risente anche di numerosi fattori di Tipo psicologico e sociale. A gli psicologi  è nota la correlazione tra il livello di qualità della salute e lo stile di coping. In generale sono stati individuati tre elementi fondamentali, i quali, nelle loro diverse combinazioni, possono determinare uno stile personale di gestione del cambiamento vissuto come stressante.
Il coping comportamentale viene definito come la misura in cui la persona si concentra nell'allestire in modo operativo e diretto una serie di azioni per fronteggiare l'evento.
Il coping emozionale ha a che fare con il livello di gestione degli aspetti emotivi soggettivamente legati allo stressor.
Il coping  sociale riguarda la dimensione di evitamento  personale, o coinvolgimento di supporti sociali per fronteggiare  e gestire la situazione.
Queste tre dimensioni, nelle loro differenti combinazioni, determinano uno stile personale assolutamente caratteristico. La specificità del modello di gestione DEGLI eventi, può essere flessibile oppure tendere ad essere piuttosto rigida. In questo secondo caso, è possibile che la strategia  che la persona tende ad utilizzare non sia perfettamente adeguata o compatibile con la situazione reale.
Qualche volta accade che le persone si accorgano soltanto successivamente, di aver gestito o fronteggiato qualcosa di molto importante o che comunque li ha messi in difficoltà. Non è raro, infatti, che ad una analisi retrospettiva, una persona possa rivalutare come problematico un certo periodo o una certa situazione: " adesso capisco che stavo veramente male ....", "Ho fatto  una gran fatica, era  perché ero in difficoltà..".
Il livello di consapevolezza del proprio stato, "metacognizione",  qualche volta può essere messo a dura prova proprio dalle situazioni problematiche. Capita così  che  non riusciamo a renderci conto di stare affrontando un problema, proprio mentre  quest'ultimo ci sembra più minaccioso. In questi casi può capitare, ad esempio, di avere qualche segno di disagio psicologico, o qualche sintomo di malessere, soltanto mesi  dopo aver affrontato o gestito la situazione problematica.
La percezione di essere in un momento di vulnerabilità, richiama solitamente modelli operativi appresi e profondamente radicati. Esiste la possibilità che il nostro stile di attaccamento  (sicuro, evitante, preoccupato o disorganizato) sia quindi correlato con lo stile di coping. 
Nelle  psicoterapie, spesso la persona  valuta il significato soggettivo di minaccia  che le differenti  situazioni  costituiscono  e quali modelli operativi  sono stati o si possono mettere in atto  per fronteggiarle,  le ideee implicite che la persona  utilizza per dare significato agli eventi ed al proprio ruolo personale in essi. Tutto questo solitamente   aumenta la possibilità di  effettuare scelte  realistiche  seguendo  i propri bisogni.

                                                      Maria Luisa Gargiulo

 

  
Vacanze e solitudine
       

Vacanze e solitudine

A volte le vacanze estive coincidono per alcune persone con un periodo particolarmente difficile, per l'emergere di pensieri e sentimenti che denotano  disagi di vario genere.
Questo periodo dell'anno sembra particolarmente caratterizzato  dalla proprietà di far emergere alcuni stati d'animo,  o di favorire momenti  di  autovalutazione che le persone fanno della propria vita. Non a caso, in questo periodo, le segreterie telefoniche degli psicoterapeuti  sono visitate da persone che desiderano ottenere il primo appuntamento perché ritengono di avere urgente bisogno di aiuto. Questo, come il periodo delle vacanze natalizie, sembra essere particolarmente proficuo per indurre alcune persone a domandarsi qualcosa su se stesse, oppure a percepire la propria situazione con occhi più negativi rispetto a quanto farebbero in altri periodi dell'anno.
L'atteggiamento  comune che sembra aleggiare nel comportamento di tutti noi alla vigilia delle vacanze estive o di quelle natalizie,, sembra essere ispirato dalla tendenza a portare a compimento quante più cose possibili, a chiudere tutto quello che è sospeso, quasi come se ci trovassimo tutti davanti ad una sorta di stranissimo esame, al cospetto non si sa bene se di una commissione esterna (gli altri) oppure interna (noi stessi).
È come se la continuità ininterrotta del tempo, che in realtà procede  sempre nella stessa direzione e con lo stesso fluire, fosse soggettivamente scandita da intervalli  che separano differenti sessioni,  periodi o blocchi, al termine dei quali le persone sono  fortemente motivate a concludere qualcosa oppure, in ogni caso, guardarsi dietro, per vedere di esaminare il periodo appena trascorso
Le vacanze sono anche il tempo nel quale il lavoro lascia spazio al tempo libero. Quest'ultimo viene percepito come una risorsa positiva quando abbiamo qualcosa di non lavorativo sul quale investire le nostre aspettative su come trascorreremo quel tempo. Il tempo libero si trasforma invece in tempo vuoto, quando la persona si rende conto di aver funzionato quasi per un anno intero sulle corde degli  impegni, dei doveri, degli obiettivi da raggiungere, dei problemi quotidiani contro i quali lottare
ecco che, a volte, può capitare di trovarsi davanti un tempo vuoto, disponibile per collocare relazioni e opportunità che non fanno parte del mondo del dovere o della competizione sociale, ma che attengono al campo del possibile, del divertimento, del godimento, del gioco, della scoperta.
Tutto questo  può essere complicato anche dal valore economico e simbolico che negli ultimi anni viene dato al modo in cui si trascorrono le vacanze: sempre di più, da un momento di ristoro e rigenerazione, l'immagine consumistica della vacanza si sposta verso un significato  di divertimento a tutti i costi, magari con più persone possibile.  Diviene difficile capire se si sta insieme e ci si diverte per poter dire di averlo fatto, ed aver compiuto così un altro rito di omologazione, oppure se si desiderava veramente fare quelle cose e proprio con quelle persone.
L'aspettativa sociale, probabilmente generata anche da motivi di induzione al consumo della vacanza come un qualsiasi altro prodotto da acquistare, diviene così un modello con il quale confrontarsi. A volte,  per alcune persone , e  doloroso  sentire di  essere lontani da questo modello. per altre, fortunatamente, queste pressioni non sono così influenti, e ci si può sentire liberi anche di trascorrere una vacanza da soli, una vacanza a riposare, oppure in un modo completamente creativo e diverso dal cliché, senza sentirsi la persona più strana del mondo.
Può capitare, con la diminuzione dei rapporti sociali causata dalla sospensione  delle varie attività lavorative, che la persona si senta a disagio, per così dire sospesa in un tempo solitario , nel quale non sono presenti i contatti derivanti  dalle azioni della vita di  tutti  i  giorni.
 Questo a volte fa  emergere  o  rendere più visibile un sentimento di solitudine, di sconforto ,di tristezza .
Alcune persone con un funzionamento che tende di più a reagire con ansia, possono  percepire un aumento od una improvvisa angoscia, possono  accorgersi di sintomi che non comparivano da tempo e quindi allarmarsi.
dunque, sia che si esplichi  in uno stato di umore depresso, oppure in uno caratterizzato da sintomi legati allo spettro dei disturbi dell'ansia, in entrambi i casi assistiamo al palesarsi di uno stato di disagio che precedentemente era  solamente coperto e  sommerso dalla quotidianità . Per alcune persone infatti  la routine funziona come una sorta di griglia rassicurante, e quindi, in assenza di questa sovrastruttura,  ci si può rendere conto di malesseri che apparentemente sono generati dalla situazione del momento, ma che in realtà esprimono un disagio di vita, soltanto più facilmente percepibile  in questo periodo dell'anno.
Più che cercare un pronto soccorso psicologico immediato, si può utilizzare il vissuto  che emerge con l'approssimarsi o durante il periodo delle ferie, come un momento utile per prendere consapevolezza di un disagio sul quale lavorare seriamente da settembre in poi.
Un altro problema legato alle vacanze , può essere associato al significato di premio che alcune persone attribuiscono a questo periodo dell'anno. Se è un premio, in quanto tale, deve essere guadagnato. A  questo punto scattano tutte le valutazioni su quanto si è fatto, se il premio  è stato davvero meritato ecc..
,Alcune persone  provano  un sentimento di indegnità o di rifiuto verso la vacanza, intesa come momento di gioia e gratificazione, a causa della difficoltà che hanno nel consentirsi  qualcosa di bello per se stesse, senza avere il timore di non esserselo meritato abbastanza.
Se emergono questi pensieri con i relativi stati d'animo, ciò che possiamo fare e prenderne atto, e magari anche prenderne nota, come un importante fenomeno interiore, un segno  significativo della nostra vita mentale ed emotiva, da tenere in debito conto  come una cartina di tornasole, per  incentivare o per iniziare un serio lavoro di aiuto verso se stessi.
Nel frattempo è   utile ricercare e sperimentare  la possibilità di attivarsi in iniziative e in relazioni, più o meno significative, anche solo per  il fatto di capire come ci si trova e come si reagisce. Qualsiasi risultato è utilizzabile per comprendere meglio il proprio funzionamento e la direzione da intraprendere.
L'unica cosa che forse non sarebbe proprio il caso di fare, è trascorrere questo periodo come in una sorta di apnea, attendendo l'inizio di un nuovo anno dal quale farsi trasportare e sostenere, arrangiandosi   alla bene è meglio, per poi nuovamente star male l'estate successiva.

                                    Maria Luisa Gargiulo

 

  
Verso un nuovo concetto di trauma
       

Pensando alle vittime silenziose di piccoli o grandi traumi quotidiani

Da alcuni anni, la psicopatologia e la ricerca clinica, nel considerare il disagio psicologico, hanno rivalutato le esperienze reali vissute dalle persone,rispetto alle fantasie inconsce , che prima erano considerate spesso alla base dei disturbi.
A cavallo del 1900 e nei primi decenni del secolo scorso, sarebbe stato socialmente e moralmente poco accettabile, ammettere che le persone durante la loro vita, potessero andare incontro ad esperienze molto spiacevoli, soprattutto se provocate da familiari o comunque da persone appartenenti alla vita quotidiana. qualcuno ritiene che sia per questo motivo che la vecchia psicanalisi interpretava come fantasie create dall'impulso sessuale ed all'impulso di morte, i racconti che le prime persone in trattamento psicanalitico andavano narrando, e sottovalutava
taluni indizi che oggi sono presi molto più sul serio .
Da molti decenni si sa infatti che la massima parte delle paure, dei pensieri dissociati, delle emozioni somatizzate , , insomma del malessere psichico e fisico, hanno la loro origine in esperienze interpersonali realmente accadute
la cronaca nera e la cronaca cosiddetta grigia, ossia quella che racconta la vita di tutti i giorni, confermano sempre di più, che le persone sono in grado di fare realmente del male ai propri simili. Essere genitori, fratelli, figli, nonni, coniugi, amanti appassionati , non impedisce affatto di fare del male né di riceverne.
Nel senso comune, , c'è come un assunto di base, secondo il quale avere una relazione affettiva con qualcuno ci impedirebbe di nuocergli . è come se la regola dicesse che il male si fa agli sconosciuti, ai nemici senza volto, si fa agli estranei , a quelli per i quali non si nutre alcunaffetto. invece, basta ascoltare la prima o al massimo la seconda notizia dei telegiornali in prima serata oppure assistere ad una trasmissione di approfondimento, per apprendere attraverso dettagliatissime cronache, quanto frequentemente sia fattibile il male, sia quello fisico che quello psicologico,tra persone fra di loro molto vicine.
L'attenzione mediatica, forse per qualche pruriginoso meccanismo, o solo forse perché segue l'incredulità delle nostre coscienze rispetto alla natura umana di chi fa del male, si concentra massimamente sul carnefice: La personalità dell'assassino, il movente della madre che uccise suo figlio, le oscure pieghe della mente del padre che tenne prigioniera e violentò sua figlia, le modalità operative del fidanzatino che si accanì sulla sua partner eccetera eccetera fiumi di parole, inchiostro , interviste , valutazioni criminologiche, commenti legali, richieste di grazia, reazioni sdegnate...., tutti i riflettori si concentrano per lo più su una delle due parti, ossia su colui che infligge del male, su come lo fa e magari anche su perché lo fa.
meno spazio viene dato alla vittima, così poco stimolante dal punto di vista del dibattito cronistico e della narrazione scenica.
nel circo mediatico del susseguirsi delle notizie il colpevole è una persona speciale, magari disturbata ma comunque interessante , mentre la vittima è quasi sempre una persona come un'altra , talmente poco interessante da nonmeritare alcuna attenzione, al di fuori di sentimenti di pietà e compassione.
eppure, se riconosciamo che ci sono persone che fanno del male,dobbiamo convenire che eividentemente ci sono altrettante e forse ancor di più persone che lo subiscono.
Il processo con il quale, la persona sia in grado di sopravvivere all'esperienza subita è, ancora per molti versi, uno dei più meravigliosi misteri della natura umana.
Le persone che sopravvivono a traumi , lo fanno dovendo sacrificare spesso molto del proprio equilibrio e funzionamento . in che modo lo facciano è sempre molto difficile prevederlo, tante sono le possibili variabili che includono fra i possibili esiti la sopravvivenza
tutte le volte che ascolto qualcuno raccontarmi le proprie esperienze traumatiche, e tutte le volte che questa persona riesce a dirmi anche solo un centesimo di tutto il dolore che ha dovuto sopportare, non posso fare a meno di ammirarla per essere riuscita ad arrivare fino a lì..
Come per uno di quei miracoli della botanica, per cui una pianta vive e magari riesce anche a fiorire, non si sa come, , nel deserto più arido èarso , così tutte le volte non posso fare a meno di notare che evidentemente abbiamo molte più risorse di quelle che oggi ammettiamo di avere.
Per evento traumatico non dobbiamo intendere necessariamente qualcosa che sia riconducibile ad un fatto di sangue o ad un delitto .
Anche il concetto di trauma si è evoluto negli ultimi periodi. Molti anni fa nella letteratura classica, si indicavano come esempi di trauma l'essere stati esposti a catastrofi naturali, guerra, torture, genocidio, bombardamenti. Insomma a tutto il male possibile che evidentemente si immaginava poter essere compiuto da un proprio simile od alla natura. Un male inflitto e subito a caso, da sconosciuti a sconosciuti
La nuova idea comune di trauma, invece, include anche una esperienza assolutamente prossimale, subita nella relazione con una persona conosciuta, molto spesso appartenente al proprio quotidiano.
Ai fasti della cronaca assurgono esclusivamente i traumi che sono legati al compimento di nefandezze efferate , , e dunque comportamenti che giungono a parossistiche manifestazioni plateali . . In realtà molti di questi gesti sono soltanto l'ultimo atto di un copione con una lunga storia , fatta di tanti impalpabili micro comportamenti traumatici, che, presi singolarmente, non sarebbero sembrati allarmanti a nessuno, visti dall'esterno.
Vi sono poi tutti i traumi e le violenze che non conducono ad atti criminali veri e propri, oppure che discendono da crimini sottili difficilmente riscontrabili dal punto di vista probatorio.
Esistono comportamenti dannosi per le persone , ma che non sono ritenuti tali secondo alcune sottoculture, , o che sono conosciuti esclusivamente da chi li infligge e da chi li subisce, e non è detto che la vittima sia sufficientemente matura e consapevole, da ritenere che il comportamento cui viene sottoposta sia ingiusto.
anzi, siccome a traumi psicologici e ripetuti, molto spesso è associato una specie di indottrinamento morale silenziosamente perpetrato , è assai probabile che la vittima di un certo comportamento, consideri perfettamente naturale, anzi positivo e segno di affetto quello che subisce , e che riconduca la propria sofferenza a chissà quale misteriosa malattia o addirittura ad un suo colpevole modo di essere.
Qualcuno, nel subire un maltrattamento, pensa ad esempio di essere colpevole di trovarsi al posto sbagliato o nel momento sbagliato, oppure di fare qualcosa di particolare per indurre l'altro a farle del male, oppure di essere sbagliato perché non riesce a fermare l'altro nelle proprie azioni.
Difficilmente quindi la persona che subisce un trauma derivante da un comportamento di un'altra persona a se molto vicina, si considera veramente una vittima. Molto spesso invece si considera quanto meno corresponsabile di quello che subisce. Altre volte scambia dei comportamenti che derivano da patologie delle quali l'altro è affetto, con manifestazioni di amore e comunque di attenzione.
La confusione che la vittima è indotta a fare è parte del risultato della relazione patologica, perché uno dei gli effetti secondari può anche essere quello di avere una alterazione della valutazione della propria responsabilità rispetto al dolore o al disagio subito.
Qualche volta ho incontrato persone per le quali ipotizzare ad esempio di avere incontrato sulla propria strada un partner con un disturbo sessuale, affetto quindi da una delle tante parafilie possibili, era l'ultima cosa che avrebbero potuto ipotizzare.
Allo stesso modo, è facile trovare persone che hanno subito molte percosse, oppure minacce e comportamenti verbalmente aggressivi, dei quali non riuscivano a comprendere la ragione, cercando con tutte se stesse, di trovare quel meccanismo, quello sbaglio, quell'impercettibile loro azione, che secondo loro faceva scattare il comportamento violento. A queste persone difficilmente veniva in mente l'ipotesi di trovarsi davanti a qualcuno con un disturbo del controllo dei gli impulsi, un disturbo antisociale o borderline di personalità eccetera..
Un altro tipo di trauma, che oggi si sa essere sottostimato, ma che sappiamo avere un grande ruolo nell'essere un fattore di rischio per la sofferenza psicologica, non ha ancora un nome preciso, ma corrisponde ad aver subito una specie di indifferenza da parte di una persona affettivamente significativa , quando quest'ultima, venuta a conoscenza di un problema, di un pericolo , si è comportata come se ciò nonsia mai accaduto. La negazione, il non vedere e quindi, conseguentemente, non soccorrere, non preoccuparsi, non agire e far finta di nulla, avvolte può avere un effetto danoso sulla vittima, più grande di quello che può derivare dal fatto in se stesso.
Ad esempio, constatare di non poter contare sulla comprensione e sull'aiuto di una persona cara, nell'affrontare un piccolo o grande evento negativo della vita, può essere molto più devastante dell'evento negativo stesso. Ciò perché quello che viene a mancare e la fiducia in una relazione significativa, e quindi la conseguenza è un senso di inaiutabilità, disperazione, solitudine, paura senza sbocco e senza rimedio.
Provare questi sentimenti, e magari provarli per un tempo prolungato, può essere certamente un trauma, in senso lato, molto più dannoso dell'evento stesso dal quale la persona si aspettava di poter essere difesa e protetta
da qualche anno quindi l'indifferenza davanti al pericolo , è considerato un maltrattamento vero e proprio, quando essa concerne due persone che si trovano in una relazione significativa.
Nella nostra società opulenta, nella quale abbiamo abbondanza di cose, oggetti, alimenti, quasi mai siamo al freddo e quasi mai non veniamo curati con farmaci quando siamo ammalati, il maltrattamento non equivale più come una volta, ad avere meno accesso ai beni materiali disponibili. Anzi, in molte occasioni le persone che non sono in grado di accudire affettivamente, tentano di colmare questa carenza, attribuendo uguale valore a riempire il prossimo di cose e di cibo.
In effetti, però, sempre più ci troviamo davanti a persone che raccontano storie nelle quali la carenza di beni materiali lascia il posto alla carenza di reciprocità relazionale, di accudimento affettivo, di responsabilità parentale . Nelle storie che io e i miei colleghi, siamo portati a conoscere attraverso la psicoterapia ed il nostro lavoro clinico, emergono sempre più i segni di traumi di un nuovo genere, per i quali ancora non abbiamo trovato neppure i nomi giusti, giacché forse essi rappresentano il prodotto di una nuova patologia della quotidianità.
Il motivo della sofferenza si sta trasformando, e si stanno modificando anche i modi ed i sintomi per manifestarla. Lo psicoterapeuta a una visione privilegiata di questo tipo di trasformazione, ma è molto importante iniziare a trasferire queste informazioni alle persone in genere. È importante perché si può individuare più facilmente un disagio , e chiedere aiuto prima possibile.

                                                     Maria Luisa Gargiulo

  
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