In delicato equilibrio
Cercherò di rispondere a qualche domanda che concerne il rapporto tra lo psicologo, i ragazzi che egli segue ed i loro genitori. Spesso si creano alcune situazioni molto delicate, ed è importante sempre salvaguardare sia l'interesse della salute del minore, che l'autorevolezza del genitore, il quale comunque ha la responsabilità di quel bambino o ragazzo, se minorenne.
Sicuramente per un professionista ottenere, meritare e conservare la fiducia dei genitori dei giovanissimi che egli segue è senz'altro qualcosa di molto prezioso ed importante. Quindi dal punto di vista morale, oltre che da quello giuridico, lo psicologo deve sempre tener presente che egli gode di una posizione assolutamente privilegiata, ossia quella di essere colui il quale viene talmente stimato e considerato da alcune persone, tanto che queste ultime gli affidano un figlio, cioè, presumibilmente qualcuno al quale costoro vogliono molto bene, e al quale, stanno cercando di dare un aiuto.
Anche dal punto di vista legale, essendo i genitori detentori della potestà e responsabilità genitoriale, essi devono poter decidere e sapere tutto quanto sia utile per prendere le migliori decisioni in favore dei loro figli.
Infine, sotto il profilo economico, i genitori sovente sono coloro i quali pagano il costo delle sedute, e quindi, sono parte attiva del contratto stipulato con il professionista.
D'altro canto, vi sono anche interessi ed accortezze riguardanti la relazione tra il professionista ed il minore, che devono essere tenute presenti proprio per garantire il miglior livello di alleanza terapeutica e di fiducia possibile, al fine di costruire le condizioni più favorevoli per aiutarlo pienamente.
In qualsiasi relazione di cura, e particolarmente nella relazione tra un paziente ed uno psicologo psicoterapeuta, assume una importanza enorme la qualità della relazione che si instaura tra le due persone. Questo aspetto non è una piacevole e casuale conseguenza di un incontro felice, bensì è una vera e propria modalità di lavoro, perché quel professionista, muovendosi nell'ambito psicologico, si trova ad utilizzare elementi come il clima, la motivazione, l'alleanza, e molte altre variabili interpersonali ed emotive, come veri e propri strumenti di lavoro. Talvolta una buona relazione tra le persone, è il prerequisito necessario per poter avviare un lavoro fruttuoso. Quindi, con gli adulti così come con gli adolescenti e con i bambini, gli aspetti concernenti la relazione tra il professionista ed il suo paziente, sono comunque condizioni molto rilevanti. Per questo motivo, il professionista che lavora con dei minori, deve talvolta contemperare il bisogno di rendere conto ai loro genitori del lavoro che sta portando avanti, con la necessità di tutelare la riservatezza della persona, e conseguentemente preservare una qualità relazionale compatibile con il suo lavoro.
Qualche volta mantenere questo equilibrio è piuttosto facile, specialmente se i genitori sono già informati, oppure se hanno avuto precedenti esperienze , dirette o mediate attraverso l'esempio o il racconto di qualche altra persona. Altre volte, invece, è comprensibile che i genitori siano abbastanza dubbiosi su cosa sia meglio fare o non fare, chiedere o meno, intervenire, domandare chiarimenti al terapeuta, se si,in che modo eccetera.
D'altra parte anche il professionista in certi momenti deve poter bilanciare due legittime esigenze, tutte due da prendere in seria considerazione, quella di non essere visto dai genitori come qualcuno che svolge misteriose ed incontrollabili azioni con il loro figlio, e dall'altra,quella di non essere scambiato dal ragazzo come colui il quale, emissario dei genitori, non fa altro che, pagato, agire per loro conto.
In realtà lo psicologo non è né l'una nell'altra cosa, e deve tenere presente sempre, come massimo interesse, il benessere psicofisico del minore ed il suo miglior rapporto possibile con i genitori.
La formulazione del caso e gli obiettivi della terapia
Quando uno psicologo riceve l'incarico dai genitori di un minore di svolgere un'attività professionale, ad esempio una consulenza o un trattamento psicoterapeutico, riceve in fin dei conti una richiesta di aiuto. In questo senso, il prima possibile il professionista dovrebbe poter offrire la sua visione della situazione attraverso quello che un po' asetticamente si chiama "la formulazione del caso".
Si tratta di un importante momento nel quale il professionista chiarisce, dopo aver conosciuto approfonditamente il ragazzo, quale è la sua visione della situazione. Egli lo deve fare con parole che siano comprensibili sia dagli adulti che dai piccoli. Infatti, è molto importante che il minore stesso sia coinvolto direttamente, perché possa avere chiarezza su cosa sta succedendo, quale la visione che il professionista ha di lui, e come egli intende aiutarlo.
Molto spesso i ragazzi scambiano il "disagio" con "l'errore"e quindi, piuttosto che sentirsi persone in difficoltà, qualche volta potrebbero sentirsi cattivi o sbagliati. Talvolta, anche i genitori, potrebbero fare un po' di confusione tra questi due ambiti, ad esempio quando si arrabbiano di fronte a comportamenti o ad atteggiamenti che denotano disagio o sofferenza, come se fossero sbagli da rimproverare.
Nella formulazione del caso, lo psicologo dovrà infatti aver cura di dare l'idea al minore che lui non è cattivo né sbagliato. Lo psicologo non è un giudice che stabilisce chi sono i buoni e chi i cattivi, è una persona che lavora per aiutare alcune altre persone che sono in difficoltà.
Talvolta anche i genitori potrebbero ricavare uutilità da questo chiarimento. È facile infatti incontrare un genitore preoccupato e stanco, che diviene, senza accorgersene, un genitore arrabbiato.
Quando i ragazzi comprendono di non essere messi sotto accusa e che ciò che è successo loro fa parte dei disagi che anche altri ragazzi possono provare, possono iniziare ad essere interessati a saperne qualcosa di più.
Essi trovano spesso questo molto utile, specialmente se il professionista, oltre a comunicare la propria opinione e le proprie proposte operative, chiede al ragazzo stesso cosa egli pensa di tutto ciò, e cosa ha intenzione di fare. Di solito, se i ragazzi si sentono rispettati e compresi nei loro disagi, non rifiutano questa opportunità.
Contemporaneamente, i genitori hanno bisogno e diritto di sapere quale è la visione clinica del professionista, cosa egli ritiene si possa fare e cosa possono fare loro stessi.
Inoltre, è utile condividere gli obiettivi generali della terapia, in modo da poter prevedere un'eventuale momento comune nel quale successivamente ci si potrà incontrare per parlare di quanto essi siano stati raggiunti, ed in che misura.
Indipendentemente dai vari stili e dalle varie metodiche operative che lo psicologo può adottare, ci sarà quindi un momento nel quale avverrà un chiarimento comune su cosa si intende fare e perché.
Né con la forza né con l'inganno
È molto importante chiarire che questo accordo deve essere liberamente condiviso tra le persone. Questo significa che, ad esempio, se il minore non è d'accordo su qualcosa, egli non potrà essere obbligato ad iniziare un percorso terapeutico, oppure ad occuparsi, con lo psicologo di uno specifico problema, oppure a trattare argomenti personali sui quali non vuole riferire.
Ciò, tra l'altro, sarebbe perfettamente inutile perché, mai come in questa disciplina, è fondamentale l'intenzione e l'azione attiva della persona nel prendere in considerazione aspetti di se stessa. Questo non può succedere né con la forza né con l'inganno.
Lo psicologo non può infatti accettare alcun mandato di natura correzionale del tipo "raddrizzi quella testa calda di mio figlio e gli tolga dalla testa quei suoi ideali assurdi". Ciò non è possibile, in primo luogo perché non è compito dello psicologo effettuare questo tipo di interventi , ed in secondo luogo, non è dato sapere neanche se questo sia materialmente possibile.
In precedenza, ho utilizzato appositamente il termine inganno per introdurre un'ulteriore concetto. E' assolutamente vietato dal codice deontologico di uno psicologo, tentare di manipolare o condizionare una persona, o celare la propria identità professionale, spacciandosi per l'amico di famiglia, il collega dei genitori, l'insegnante o altro, per poter perseguire fini che non siano direttamente e lealmente condivisi con la persona stessa.
Piccoli e grandi segreti
I genitori hanno il diritto di conoscere la situazione di salute del minore, la valutazione clinica che il professionista ritiene di fare, e hanno altresì il diritto di condividere gli obiettivi della terapia e sapere in che misura essi vengono perseguiti.
Inoltre hanno il diritto di essere informati dallo psicologo sull'eventuale esistenza di qualsiasi tipo di rischio, comportamento o elemento pericoloso che può intervenire a danno della salute del loro figlio.
Ma essi devono tener presente che comunque il loro figlio ha diritto alla propria riservatezza nell'ambito dei suoi temi e significati personali. Questo comporta, ad esempio, che il ragazzo deve sentirsi libero e deve potersi fidare dello psicologo nel momento in cui desidera confidargli alcuni suoi sentimenti, dubbi o paure. Ciò perché egli deve poter contare sulla vicinanza e sulla stretta collaborazione del professionista e non deve dubitare del fatto che quest'ultimo possa raccontare i suoi piccoli o grandi segreti ai suoi genitori. Ciascuno di noi considera prezioso un mondo personale del quale a volte si preoccupa, altre volte si vergogna, e che custodisce gelosamente.
Tutto questo è ancor più delicato se pensiamo che stiamo parlando di bambini, preadolescenti, o adolescenti, insomma persone in crescita.
A volte la fiducia che il ragazzo nutre verso lo psicologo, è il frutto di un duro lavoro di costruzione di una relazione positiva. Talvolta, ad esempio, il professionista preferisce parlare ai genitori in presenza del ragazzo, proprio per metterlo in condizione di verificare e controllare che egli non svela loro nessuno dei suoi segreti.
Altre volte, quando il professionista svolge un colloquio con i genitori vedendoli separatamente, precedentemente concorda con il ragazzo l'ambito e il tenore della conversazione.
Altre volte invece, quando si deve parlare ai genitori di qualcosa di molto importante, il professionista organizza un incontro comune, proprio per aiutare il ragazzo a poter parlare con i genitori di quel difficile tema, ed aiuta i genitori a comprendere, ponendosi quindi come facilitatore della comunicazione.
Le regole d'oro
Terminerò con alcune indicazioni sintetiche che derivano da quesiti e dubbi che spesso mi sono stati rivolti. In certi esempi ho operato delle forzature e delle esagerazioni, ma solo per aiutare il lettore di questo scritto, ad avere una idea, sia pur sommaria, di quale sia l'atteggiamento migliore da adottare, e quali possono essere i fraintendimenti più comuni in cui si potrebbe cadere.
- Se il genitore ha dei dubbi su come comportarsi in relazione allo psicologo ed alla terapia può chiederlo esplicitamente al professionista, nel momento in cui saranno presi tutti gli accordi pratici del caso. Il professionista deve chiarire sin dall'inizio regole, limiti e condizioni di di ciascuno.
- I genitori hanno il diritto di conoscere la preparazione, la formazione e il livello di aggiornamento dello psicologo cui affidano il loro figlio, i metodi con i quali lavora e la loro attendibilità scientifica. Essi possono ottenere queste informazioni a voce dal professionista o consultando il suo curriculum, che hanno il diritto di avere da lui .
- I genitori hanno il diritto alla riservatezza da parte del professionista, il quale, qualora utilizzi l'esperienza clinica effettuata con il loro figlio per comunicazioni scientifiche, ancorché rivolte ad un pubblico ristretto, è tenuto all'anonimato e a celare o modificare qualsiasi elemento personale che renda riconoscibile anche indirettamente la persona.
-Se il genitore ha dei dubbi o delle preoccupazioni su quello che sta succedendo, sarebbe consigliabile che li espliciti direttamente e chiaramente allo psicologo. Il professionista indicherà quale sia la modalità migliore per parlarne.
- Se il genitore nutre preoccupazioni di qualsiasi tipo rispetto al minore, ha sempre il diritto di parlarne con lo psicologo.
Cose da evitare con il proprio figlio
- Non utilizzare la terapia o la relazione con lo psicologo come un premio o come una punizione, come ad esempio:
"Se riesci a fare tutti i compiti, poi ti porto dallo psicologo."
"Mi hai fatto proprio arrabbiare, non ti sopporto quando ti comporti in questo modo, e adesso dallo psicologo non ti ci mando!"
- Non adottare atteggiamenti che possano minacciare di intaccare la relazione tra il ragazzo e lo psicologo, come ad esempio:
"Chissà cosa gli racconti, adesso gli telefono, e gli dico io come ti sei comportato male!"
"Da quando frequenti quella persona sei peggiorato, adesso gli vado a dire io che cosa deve fare con te!"
- Non banalizzare o ridicolizzare il lavoro terapeutico del ragazzo, come ad esempio:
"Vai a fare quattro chiacchiere, che così ti distrae un poco!"
"Ma lo sapete che Paolo adesso frequenta lo strizzacervelli?
- Non interrompere arbitrariamente o bruscamente la relazione terapeutica.
Se il genitore per qualsiasi motivo esterno alla relazione terapeutica, ritiene che sia necessario interrompere il trattamento, prima di farlo deve mettere in condizioni il professionista di smettere senza una brusca interruzione od uno strappo relazionale. La chiusura di un lavoro anche non concluso, è sempre un'occasione positiva per fare un bilancio sui risultati raggiunti e, comunque, valorizzare lo sforzo profuso. Inoltre, se esistono imprescindibili motivi per interrompere la terapia, essi saranno così tanto seri da poter essere comunicati, condivisi e chiaramente compresi.
Se il genitore può prevedere con un certo anticipo che vi sarà un periodo di sospensione temporanea o di diradamento della frequentazione (ad esempio per un viaggio, un allontanamento, un ricovero o altro motivo), dovrebbe poterlo comunicare al professionista con un certo anticipo. Ciò, sia perché questo cambiamento possa essere compreso dal ragazzo come dipendente da un evento esterno e non come una punizione per qualcosa, sia per consentire al professionista di pianificare il lavoro in modo tale che la sospensione temporanea o il diradamento delle sedute crei i minori problemi possibili.
- Non utilizzare la terapia come una cosa di cui vantarsi.
Sebbene non vi sia assolutamente niente di male nell'aver bisogno di uno psicologo, non è il caso di accomunare questa attività con la frequentazione di attività sportive e ricreative, tra quelle che gli adolescenti ed i bambini frequentano settimanalmente, e delle quali spesso genitori e parenti usano giustamente fare riferimento nelle più comuni conversazioni. Non è quindi il caso, ad esempio, di annoverare la psicoterapia assieme alla danza, alle lezioni di piano, di francese o alla palla a volo, tra le attività delle quali si riferisce chiacchierando, come se si trattasse dell'ultima prodezza ginnica del figlio o del nipotino. Un ragazzino che frequenta lo psicologo non è per questo più bravo, più intelligente o più capace degli altri, è solo una persona che, evidentemente, ha bisogno di ciò.
- Rispettare la riservatezza della relazione.
Essendo la relazione terapeutica collegata o associata comunque a temi personali e possibili disagi, è probabile che il ragazzo desideri scegliere a chi comunicare questo, e desideri farlo con i suoi modi ed i suoi tempi. Non è quindi consigliabile che il genitore forzi questa comunicazione, o che arbitrariamente comunichi ciò ad altre persone senza che il ragazzo sia d'accordo, a meno che non vi siano motivi veramente seri per farlo.
Maria Luisa Gargiulo